Giornata internazionale dell’energia pulita: diritto all’energia, Agenda 2030 e giustizia globale

La Giornata internazionale dell'energia pulita, celebrata il 26 gennaio e istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non è una ricorrenza meramente simbolica, ma un richiamo esplicito a un nodo strutturale del diritto contemporaneo: il rapporto tra accesso all'energia, dignità umana e uguaglianza sostanziale. L'energia, oggi, non è più soltanto un fattore produttivo, ma una condizione materiale imprescindibile per l'esercizio dei diritti fondamentali, individuali e collettivi.
Il riferimento normativo centrale è l'Obiettivo 7 dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che impegna gli Stati a garantire "accesso universale a servizi energetici affidabili, sostenibili e moderni a un costo accessibile". Tale previsione non ha natura puramente programmatica: essa si inserisce nel più ampio quadro degli obblighi internazionali derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare dagli articoli 1 e 55, che impongono la cooperazione internazionale per il progresso economico e sociale dei popoli e per il rispetto dei diritti umani.
L'accesso all'energia pulita incide direttamente su diritti già riconosciuti come fondamentali dal diritto internazionale dei diritti umani. Si pensi al diritto alla salute, tutelato dall'articolo 12 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, gravemente compromesso dall'uso di combustibili fossili e da forme di produzione energetica altamente inquinanti. Analogamente, il diritto all'istruzione (art. 13 PIDESC), il diritto a un adeguato standard di vita (art. 11 PIDESC) e il diritto all'acqua e ai servizi igienico-sanitari risultano inattuabili in assenza di un accesso stabile e sicuro all'energia.
Sul piano costituzionale interno, il tema dell'energia pulita si colloca all'intersezione di più principi fondamentali. L'articolo 2 della Costituzione italiana impone alla Repubblica di garantire i diritti inviolabili dell'uomo e di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo; l'articolo 3, nella sua dimensione sostanziale, obbliga lo Stato a intervenire contro le disuguaglianze strutturali, tra cui quelle energetiche; l'articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività, mentre l'articolo 9, come riformato nel 2022, riconosce la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni.
Particolarmente rilevante è anche l'articolo 41 della Costituzione, che subordina l'iniziativa economica privata alla tutela dell'ambiente, della salute e della sicurezza. Alla luce di questa disposizione, la transizione verso fonti energetiche pulite non rappresenta una compressione illegittima della libertà d'impresa, bensì un suo necessario riequilibrio costituzionalmente orientato. La produzione energetica non può più essere valutata esclusivamente in termini di profitto, ma deve essere misurata sulla base del suo impatto sociale, ambientale e sanitario.
In ambito europeo, l'energia pulita è divenuta uno dei pilastri delle politiche dell'Unione. Il Green Deal europeo, il pacchetto "Fit for 55" e il regolamento sulla neutralità climatica rafforzano l'obbligo degli Stati membri di ridurre le emissioni e promuovere fonti rinnovabili, ma soprattutto ribadiscono il principio secondo cui la transizione deve essere giusta e inclusiva. L'articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea riconosce infatti la competenza dell'Unione in materia di energia, orientandola alla sicurezza dell'approvvigionamento, all'efficienza energetica e allo sviluppo delle energie rinnovabili.
Tuttavia, il diritto positivo mostra ancora una profonda frattura tra enunciazione dei principi e realtà concreta. Milioni di persone, nel mondo e anche in Europa, vivono in condizioni di povertà energetica, incapaci di sostenere i costi dell'energia o di accedere a infrastrutture adeguate. Questa condizione costituisce una forma moderna di esclusione sociale, incompatibile con i principi di uguaglianza, solidarietà e coesione che permeano tanto l'ordinamento costituzionale italiano quanto quello europeo.
In tale contesto, parlare di energia pulita significa interrogarsi sulla responsabilità degli Stati e degli attori economici globali. Il diritto internazionale ambientale, a partire dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e dall'Accordo di Parigi, impone obblighi di mitigazione e adattamento, ma richiama anche il principio delle responsabilità comuni ma differenziate. I Paesi industrializzati, storicamente responsabili delle maggiori emissioni, non possono scaricare il costo della transizione sui Paesi più poveri o sulle fasce sociali più vulnerabili.
La Giornata internazionale dell'energia pulita diventa così un momento di riflessione giuridica sul futuro dello Stato di diritto in chiave ecologica. Senza un accesso equo all'energia sostenibile, la transizione rischia di trasformarsi in un fattore di ulteriore disuguaglianza, minando la legittimità delle istituzioni e il patto sociale. Al contrario, una transizione fondata sul diritto, sulla giustizia sociale e sulla solidarietà intergenerazionale può rafforzare la democrazia e rendere effettivi i diritti che le Costituzioni e i trattati proclamano.
L'energia pulita, dunque, non è una concessione né un lusso, ma una precondizione giuridica del vivere civile nel XXI secolo. Riconoscerlo significa assumersi la responsabilità di tradurre i principi in politiche pubbliche coerenti, controllabili e orientate alla tutela della persona, oggi e domani.
