Giornata della Memoria: ricordare la Shoah senza chiudere gli occhi su Gaza e sui diritti umani

27.01.2026

Il 27 gennaio non è una ricorrenza neutra né una semplice giornata commemorativa. È il giorno in cui l'umanità è chiamata a confrontarsi con uno dei suoi abissi più profondi: la Shoah, lo sterminio sistematico del popolo ebraico perpetrato dal regime nazista e dai suoi alleati. Un genocidio fondato su un'ideologia di odio razziale, reso possibile da uno Stato che fece della disumanizzazione una procedura amministrativa, della morte una catena di montaggio, dell'indifferenza un dispositivo collettivo. La Shoah non è un evento storico come gli altri: è una frattura nella civiltà giuridica e morale europea.

Ricordare la Shoah significa anzitutto riconoscerne la specificità. Non solo per il numero delle vittime, ma per la struttura del crimine: l'intenzionalità genocidaria, la pianificazione scientifica, la partecipazione attiva delle istituzioni, la trasformazione della legge in strumento di persecuzione. Le leggi razziali, la ghettizzazione, la deportazione, i campi di sterminio non furono deviazioni improvvise, ma l'esito coerente di un sistema politico che aveva negato l'uguaglianza, la dignità e l'umanità stessa di un popolo.

La memoria della Shoah non è, e non può essere, una memoria astratta. È una memoria che fonda obblighi. Da quella catastrofe nascono i principi che oggi consideriamo irrinunciabili: il divieto di genocidio, la tutela delle minoranze, il rifiuto della discriminazione su base etnica o religiosa, la centralità della persona umana. La Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, il diritto internazionale dei diritti umani e umanitario sono figli diretti di quella tragedia.

Proprio per questo, la memoria non può essere ridotta a un rito svuotato di contenuto critico. Ricordare non significa congelare il passato in una teca intoccabile, né trasformarlo in un'arma identitaria. La memoria autentica non serve a costruire immunità morali, ma a rafforzare la capacità di riconoscere le violazioni, anche quando sono scomode, anche quando riguardano attori potenti, anche quando mettono in crisi narrazioni consolidate.

Negli ultimi mesi, quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza impone una riflessione seria, rigorosa e priva di scorciatoie ideologiche. La distruzione sistematica di infrastrutture civili, l'altissimo numero di vittime tra la popolazione non combattente, l'uccisione di migliaia di bambini, l'assedio prolungato, la privazione di beni essenziali come acqua, cibo, elettricità e cure mediche sollevano interrogativi gravissimi sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Questi interrogativi non sono propaganda: sono diritto.

Parlare di Gaza non significa negare la Shoah. Né significa ignorare il trauma storico del popolo ebraico, né il diritto di Israele a esistere e a garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma il diritto all'autodifesa non è illimitato, e non può mai tradursi nella punizione collettiva di un'intera popolazione. Il diritto internazionale è chiaro nel vietare attacchi indiscriminati, nel tutelare i civili, nel proteggere i bambini, gli ospedali, gli operatori umanitari.

È essenziale operare una distinzione netta, che troppo spesso viene deliberatamente confusa: una cosa è l'ebraismo, una cosa è il popolo ebraico, una cosa sono le politiche di uno Stato e, ancora più precisamente, le scelte di un determinato governo. Le attuali politiche israeliane, fortemente influenzate da partiti di estrema destra ebraica, espressione di un nazionalismo etnico e religioso sempre più radicalizzato, sono oggetto di legittima critica politica e giuridica. Criticarle non è antisemitismo. Assimilare ogni critica a Israele all'odio antiebraico non protegge la memoria della Shoah: la strumentalizza.

L'antisemitismo è un fenomeno reale, pericoloso, ancora presente in Europa e nel mondo, e va combattuto senza esitazioni. Ma proprio per questo va distinto con precisione dalle denunce delle violazioni dei diritti umani. Quando ogni critica viene silenziata attraverso l'accusa di antisemitismo, si produce un duplice danno: si indebolisce la lotta contro il vero antisemitismo e si svuota la memoria della Shoah del suo valore universale.

Il popolo palestinese non è un'entità astratta. È una popolazione composta in larga parte da civili, da bambini, da donne, da anziani, che vive da decenni in una condizione di occupazione, assedio, limitazione sistematica dei diritti fondamentali. Ignorare questa realtà significa tradire proprio quella lezione storica che la Giornata della Memoria dovrebbe consegnarci: l'indifferenza è sempre il primo passo verso l'abisso.

La memoria della Shoah ci insegna che la disumanizzazione precede sempre la violenza. Che quando un popolo viene ridotto a massa indistinta, a minaccia ontologica, a problema da eliminare, il diritto cede il passo alla forza. Questo non significa equiparare contesti storici diversi, né banalizzare l'unicità del genocidio nazista. Significa riconoscere meccanismi ricorrenti, linguaggi pericolosi, derive ideologiche che la storia ha già mostrato dove conducono.

La Giornata della Memoria dovrebbe essere, oggi più che mai, uno spazio di responsabilità. Responsabilità nel ricordare ciò che è accaduto agli ebrei d'Europa. Responsabilità nel contrastare ogni forma di antisemitismo. Ma anche responsabilità nel non chiudere gli occhi davanti alla sofferenza di altri popoli, nel non accettare che il dolore venga gerarchizzato, nel non consentire che la memoria venga utilizzata come scudo per l'impunità.

Ricordare la Shoah significa difendere il principio secondo cui nessuna vita è sacrificabile, nessun bambino è un danno collaterale, nessuna violenza è giustificabile in nome della sicurezza o dell'identità. Se la memoria non ci conduce a questa consapevolezza, allora diventa commemorazione vuota. E la storia ci ha già insegnato quanto possa essere pericoloso il silenzio che segue le commemorazioni.