Gaza, oltre 70 mila vittime: quando il diritto internazionale cede alla forza

Il dato delle oltre settantamila vittime a Gaza segna un punto di non ritorno nel conflitto israelo-palestinese. Non si tratta più di una cifra affidata esclusivamente a fonti locali o a organizzazioni non governative, ma di un numero che entra stabilmente nel dibattito pubblico internazionale, perché riconosciuto, direttamente o indirettamente, anche in ambito istituzionale israeliano. Quando la realtà fattuale supera le narrazioni ufficiali e le strategie comunicative, il diritto non può più restare sullo sfondo, né la comunità internazionale può continuare a rifugiarsi in una neutralità apparente che, nei fatti, equivale a inerzia.
Settantamila morti non costituiscono una conseguenza accidentale di operazioni militari, ma rappresentano un evento giuridicamente rilevante sotto ogni profilo del diritto internazionale umanitario. I principi cardine sanciti dalle Convenzioni di Ginevra, a partire dalla distinzione tra civili e combattenti, appaiono gravemente compromessi. Il criterio di proporzionalità nell'uso della forza, elemento imprescindibile della legalità bellica, perde ogni significato quando la distruzione colpisce sistematicamente aree densamente popolate, infrastrutture civili essenziali e servizi vitali per la sopravvivenza della popolazione.
In questo contesto, la nozione di legittima difesa, frequentemente richiamata nel dibattito politico, rischia di essere svuotata della sua natura giuridica e trasformata in una formula retorica. Nel diritto internazionale, la legittima difesa non è un diritto assoluto né illimitato: presuppone necessità, proporzionalità e temporaneità. Quando l'uso della forza si protrae nel tempo senza un chiaro obiettivo difensivo e senza adeguate garanzie per la popolazione civile, esso perde la sua giustificazione giuridica e solleva interrogativi di estrema gravità.
La situazione di Gaza pone con forza anche il tema della responsabilità internazionale degli Stati e della corresponsabilità politica. Non solo quella dello Stato che conduce direttamente le operazioni militari, ma anche quella degli Stati che forniscono armi, sostegno materiale, copertura diplomatica o protezione politica. Il diritto internazionale conosce forme di responsabilità indiretta e di complicità statale che non sono concetti astratti, ma categorie giuridiche precise. Agevolare o non contrastare consapevolmente condotte contrarie alle norme imperative del diritto internazionale contribuisce al loro consolidamento. Anche l'inerzia, quando è consapevole e reiterata, assume una rilevanza giuridica e politica che non può essere ignorata.
Accanto al diritto internazionale umanitario, emergono con forza i profili relativi alla tutela dei diritti umani fondamentali. Il diritto alla vita, alla salute, all'accesso alle cure mediche, all'acqua potabile e all'alimentazione non vengono sospesi in tempo di guerra, ma risultano rafforzati proprio in situazioni di conflitto armato. L'assedio prolungato, la distruzione di ospedali e strutture sanitarie, l'ostacolo all'ingresso degli aiuti umanitari e l'impossibilità per la popolazione civile di mettersi in salvo delineano uno scenario che va oltre la tradizionale dinamica bellica.
Gaza si configura come uno spazio giuridicamente chiuso, in cui milioni di civili risultano intrappolati senza vie di fuga reali e senza una protezione effettiva. Questa condizione pone interrogativi drammatici sul rispetto delle norme internazionali e sulla capacità delle istituzioni preposte di garantirne l'attuazione. Il diritto, in assenza di meccanismi efficaci di enforcement, rischia di ridursi a una dichiarazione di principi priva di conseguenze concrete.
Il comportamento della comunità internazionale rappresenta uno dei nodi più critici di questa vicenda. Le istituzioni multilaterali appaiono paralizzate, mentre gli strumenti previsti per la tutela della pace e della sicurezza collettiva risultano inefficaci. Il ricorso sistematico al veto all'interno degli organi decisionali internazionali ha trasformato un meccanismo di equilibrio in uno strumento di blocco, capace di impedire qualsiasi azione incisiva anche di fronte a violazioni di eccezionale gravità.
Anche l'Europa è chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo. La difesa selettiva dei diritti umani, variabile in base agli interessi geopolitici del momento, compromette la credibilità dell'intero sistema di tutela internazionale. Non esistono diritti universali applicabili solo quando politicamente convenienti. Il diritto, se vuole mantenere la propria funzione di garanzia, deve essere coerente e applicato senza doppi standard.
Riconoscere la tragedia umanitaria che si consuma a Gaza non significa negare il dolore delle vittime israeliane né giustificare il terrorismo. Significa, al contrario, rifiutare una narrazione semplificata che riduce il conflitto a uno scontro binario e cancella la centralità dei civili. Il diritto penale internazionale afferma con chiarezza che la responsabilità è sempre personale e che nessuna popolazione può essere punita per le azioni di singoli gruppi o individui.
La soglia delle settantamila vittime rappresenta un punto di svolta che interroga non solo le coscienze, ma l'intero impianto normativo internazionale. Se anche questo numero verrà assorbito dal flusso informativo senza produrre conseguenze giuridiche concrete, occorrerà ammettere che il diritto internazionale attraversa una crisi profonda. Una crisi in cui la forza tende a prevalere sulla legge e in cui la tutela della vita umana risulta subordinata agli equilibri di potere.
Il problema non è soltanto la cessazione delle ostilità, ma il ripristino del primato del diritto. Senza responsabilità, senza indagini indipendenti, senza giustizia per le vittime, non può esistere una pace autentica. Può esistere solo una tregua fragile, destinata a essere infranta. Gaza, oggi, è lo specchio nel quale il diritto internazionale è costretto a guardarsi. E l'immagine che restituisce è quella di un sistema che deve essere profondamente ripensato se vuole tornare a essere uno strumento di civiltà e non una semplice retorica di facciata.
