Gaza, l’infanzia distrutta: medici, ospedali colpiti e crimini internazionali

Oggi mercoledì 22 luglio 2026 ho partecipato, al Circolo della Stampa di Trieste, all'incontro organizzato dai "Sanitari per Gaza" sul tema "Palestina: dall'occupazione permanente all'uccisione intenzionale dei bambini". Sono entrata nella sala sapendo che avrei ascoltato dati, testimonianze mediche e valutazioni sul diritto internazionale umanitario. Ne sono uscita con una consapevolezza ancora più netta: quando una guerra distrugge sistematicamente ospedali, scuole, famiglie e possibilità di cura, non colpisce soltanto la vita presente dei bambini, ma compromette deliberatamente il loro diritto ad avere un futuro.
L'incontro non è stato una semplice iniziativa politica o una conferenza costruita intorno a formule astratte. A parlare sono stati medici e operatori che hanno visto direttamente le conseguenze delle operazioni militari, dell'occupazione, degli sfollamenti, della fame e del progressivo collasso del sistema sanitario palestinese. Le loro parole non possono sostituire l'accertamento giudiziario, ma costituiscono una forma essenziale di testimonianza: la medicina, nei conflitti armati, non è soltanto cura del corpo ferito. Diventa anche documentazione della violenza, conservazione della memoria e possibile fonte di prova.
Nel corso dell'incontro è stato richiamato il rapporto A/HRC/62/CRP.2 della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite, intitolato "The essence of childhood has been destroyed", dedicato alla condizione dei minori palestinesi dopo il 7 ottobre 2023. Nel giugno 2026 la Commissione ha sostenuto che le autorità e le forze di sicurezza israeliane avrebbero deliberatamente colpito i bambini palestinesi, qualificando le condotte esaminate come genocidio e altri crimini internazionali. Si tratta di conclusioni gravissime formulate da un organismo investigativo delle Nazioni Unite, ma non di una sentenza penale definitiva: questa distinzione deve essere mantenuta con rigore, senza però svuotare di significato il materiale probatorio raccolto.
La stessa esigenza di rigore impone di ricordare che la tutela dei minori non può essere selettiva. Le uccisioni, i rapimenti e le violenze commessi da Hamas e da altri gruppi armati il 7 ottobre 2023 contro civili israeliani, compresi bambini, costituiscono fatti che devono essere indagati e perseguiti. Condannare quelle atrocità non significa, tuttavia, attribuire una responsabilità collettiva alla popolazione di Gaza né autorizzare la compressione delle garanzie poste dal diritto internazionale a protezione dei civili. La protezione dell'infanzia è universale proprio perché non dipende dalla nazionalità, dall'appartenenza etnica o dalla parte del conflitto nella quale un bambino ha avuto la sorte di nascere.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza riconosce a ogni bambino il diritto intrinseco alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo, il diritto al più alto livello possibile di salute, il diritto all'istruzione e una protezione specifica durante i conflitti armati. L'articolo 39 impone inoltre di promuovere il recupero fisico e psicologico e la reintegrazione sociale dei minori vittime di conflitti, torture, maltrattamenti e altre forme di violenza. La sopravvivenza biologica rappresenta quindi soltanto il livello minimo della tutela. Un bambino ha diritto a crescere, studiare, essere curato, giocare, costruire relazioni e sviluppare la propria personalità.
È proprio questa la dimensione che mi ha colpita maggiormente. Durante l'incontro è stato ricordato che molti bambini evacuati da Gaza per ricevere un intervento chirurgico non hanno bisogno soltanto dell'operazione immediata. Hanno necessità di nuove procedure durante la crescita, di protesi da sostituire e adattare, di riabilitazione per anni, di sostegno psicologico, di assistenza familiare e di continuità scolastica. Portare un bambino ferito fuori da Gaza, operarlo e poi considerare concluso l'intervento umanitario significa non comprendere la natura reale del danno.
Da persona con disabilità, questo aspetto mi riguarda in modo particolare. So che la disabilità non coincide con una diagnosi o con una lesione e che la qualità della vita dipende anche dalla presenza di terapie, ausili, assistenza personale, accessibilità, scuola, relazioni e opportunità sociali. Un'amputazione subita da un bambino sotto un bombardamento non finisce in sala operatoria. È l'inizio di un percorso che attraverserà l'intera crescita e che, senza un sistema sanitario e sociale funzionante, rischia di trasformare una menomazione in esclusione permanente.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità rafforza questa prospettiva. L'articolo 7 tutela specificamente i bambini con disabilità; l'articolo 11 impone agli Stati di adottare tutte le misure necessarie per proteggerli nelle guerre e nelle emergenze umanitarie; gli articoli 25 e 26 riconoscono il diritto alla salute e alla riabilitazione. Non è sufficiente estrarre un bambino dalle macerie se poi non gli vengono garantite le condizioni per tornare a vivere nella comunità con dignità e con il massimo grado possibile di autonomia.
Le testimonianze ascoltate hanno descritto un sistema pediatrico e neonatale gravemente compromesso. È stato riferito che importanti ospedali pediatrici non sarebbero più pienamente operativi, che le incubatrici disponibili sarebbero diminuite drasticamente e che, in alcuni casi, più neonati sarebbero stati collocati nella stessa incubatrice. Sono stati richiamati il crollo della copertura vaccinale, la ricomparsa della poliomielite, l'interruzione delle cure oncologiche, della dialisi, delle terapie croniche e dei programmi di riabilitazione.
Questi fatti, quando adeguatamente verificati, non rappresentano soltanto una catastrofe sanitaria. Pongono questioni precise di diritto internazionale umanitario. L'articolo 18 della Quarta Convenzione di Ginevra stabilisce la protezione degli ospedali civili; gli articoli 12 e 15 del Primo Protocollo aggiuntivo proteggono le unità mediche e il personale sanitario. Anche il diritto internazionale consuetudinario impone che unità e operatori medici siano rispettati e protetti. La protezione può cessare soltanto in condizioni rigorose, quando una struttura venga utilizzata, al di fuori della sua funzione umanitaria, per compiere atti dannosi per il nemico e dopo un avvertimento rimasto senza effetto, ove richiesto e concretamente possibile.
La regola non protegge soltanto l'edificio. Protegge la funzione sanitaria. Impedire l'ingresso di medicinali, distruggere le riserve idriche, rendere impraticabili le strade di accesso, costringere all'evacuazione pazienti che non possono essere trasferiti in sicurezza o colpire il personale di soccorso può compromettere la protezione dovuta ai feriti e ai malati anche quando il corpo centrale dell'ospedale non venga direttamente distrutto. Il nuovo Commentario del Comitato internazionale della Croce Rossa all'articolo 18 della Quarta Convenzione precisa che l'obbligo di protezione comprende anche il dovere di non ostacolare l'accesso del personale e delle forniture mediche e di evitare che gli ospedali siano privati di acqua ed elettricità.
Il chirurgo plastico e ricostruttivo Tomo Potokar, collegato durante l'incontro, ha raccontato di essersi recato ripetutamente a Gaza dal 2018 e di aver lavorato anche dopo il 7 ottobre 2023. Ha descritto pazienti con ustioni, lesioni da esplosione, schegge e amputazioni traumatiche. Secondo la sua testimonianza, una parte molto consistente dei casi trattati riguardava donne e bambini. Ha ricordato in particolare un bambino di diciotto mesi che aveva perso la famiglia e entrambe le gambe. È uno di quei racconti davanti ai quali il linguaggio giuridico rischia di apparire freddo, ma è proprio in simili circostanze che il diritto deve dimostrare la propria utilità.
Il principio di distinzione impone alle parti di distinguere in ogni momento tra civili e combattenti, nonché tra beni civili e obiettivi militari. Il principio di proporzionalità vieta gli attacchi dai quali sia prevedibile un danno incidentale ai civili eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso. L'obbligo di precauzione richiede di verificare l'obiettivo, scegliere mezzi e metodi idonei a ridurre i danni e annullare o sospendere l'attacco quando emerga il rischio di conseguenze sproporzionate. In un territorio ristretto, densamente popolato e privo di effettive vie di fuga, questi obblighi assumono un peso ancora maggiore.
Durante l'incontro si è parlato anche della fame, della malnutrizione materna e neonatale, dei bambini sottopeso e della difficoltà di guarire dalle ferite in assenza di un'alimentazione adeguata. La privazione del cibo non è una conseguenza secondaria e giuridicamente irrilevante. Il diritto internazionale umanitario vieta di utilizzare la fame della popolazione civile come metodo di guerra. Lo Statuto di Roma include tra i crimini di guerra, nei conflitti armati internazionali, l'uso intenzionale della fame mediante la privazione dei beni indispensabili alla sopravvivenza e l'impedimento dei soccorsi umanitari. Nel novembre 2024 la Camera preliminare della Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant anche sulla base di contestazioni relative alla fame come metodo di guerra e ad altri crimini; un mandato di arresto non equivale naturalmente a una condanna e la responsabilità deve essere accertata nel rispetto delle garanzie processuali.
La distruzione delle scuole aggiunge un'altra forma di violenza, meno immediatamente visibile di una ferita ma destinata a produrre effetti per generazioni. Nell'incontro è stato riferito che una parte enorme degli edifici scolastici sarebbe danneggiata o inutilizzabile e che centinaia di migliaia di bambini sarebbero privati dell'istruzione ordinaria. Una scuola non è soltanto il luogo nel quale si imparano nozioni. In un conflitto è anche uno spazio di socialità, continuità, riconoscimento e relativa normalità. Togliere la scuola significa lasciare i bambini soli davanti alla paura, al lutto e all'incertezza.
Al danno educativo si unisce quello psicologico. I bambini di Gaza hanno conosciuto bombardamenti, amputazioni, fame, sfollamenti ripetuti, perdita dei familiari, distruzione delle abitazioni e impossibilità di prevedere ciò che accadrà il giorno successivo. Migliaia di minori avrebbero perso uno o entrambi i genitori. Parlare genericamente di "resilienza" rischia allora di diventare una forma di deresponsabilizzazione. La resilienza non può essere utilizzata per pretendere che un bambino si adatti all'inaccettabile. Ha valore soltanto quando è sostenuta da protezione, cure, affetti e giustizia.
La ginecologa Daniela Zerin ha inoltre riferito ciò che aveva osservato nei territori occupati: checkpoint, restrizioni alla circolazione, espansione degli insediamenti, difficoltà di accesso all'acqua, violenze e umiliazioni, comprese testimonianze di abusi sessuali. Anche in questo caso occorre distinguere tra quanto direttamente osservato, quanto appreso dalle persone incontrate e quanto accertato da organismi indipendenti. Le accuse di violenza sessuale, tortura e trattamenti degradanti richiedono indagini rigorose, attente alla protezione delle vittime e prive di strumentalizzazioni. Ma la necessità di un accertamento non può diventare un pretesto per ignorare le denunce.
Nel corso del dibattito ho voluto porre una domanda precisa a Tomo Potokar: alla luce delle testimonianze raccolte sul campo e delle norme del diritto internazionale umanitario, esistono già elementi sufficienti per configurare gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e responsabilità penali individuali per crimini internazionali? E quale valore possono assumere le cartelle cliniche, la documentazione sanitaria e le testimonianze dei medici davanti alla Corte penale internazionale o ad altre giurisdizioni?
La domanda è stata letta in sala e tradotta al chirurgo. Potokar ha risposto che, sulla base di ciò che aveva visto, non nutriva dubbi circa l'esistenza di estese violazioni del diritto internazionale umanitario. Ha però riconosciuto la distanza tra la valutazione umana del testimone e l'accertamento tecnico che deve essere compiuto da un tribunale. Ha anche confermato l'importanza delle cartelle cliniche, dei referti, delle immagini, dei dati sulle lesioni e dei filmati prodotti o pubblicati dagli stessi militari.
La sua risposta ha toccato un punto giuridicamente centrale. La cartella clinica può documentare la data del ricovero, la tipologia della ferita, la parte del corpo colpita, la presenza di ustioni, schegge o residui di proiettile, gli interventi eseguiti e l'esito del trattamento. Più cartelle relative a lesioni analoghe, raccolte in luoghi e periodi determinati, possono contribuire a dimostrare l'esistenza di una pratica ripetuta. I referti autoptici, le immagini radiologiche, le fotografie e le testimonianze dei sanitari possono essere confrontati con filmati, immagini satellitari, registrazioni delle comunicazioni, ordini militari e dichiarazioni pubbliche.
Tuttavia, perché tale materiale sia utilizzabile efficacemente in giudizio, occorre preservarne autenticità, integrità e catena di custodia. È necessario identificare chi ha raccolto il documento, quando, con quali modalità e come esso sia stato conservato. Le testimonianze devono essere precise e, quando possibile, corroborate. L'articolo 69 dello Statuto di Roma attribuisce alla Corte penale internazionale il compito di valutare rilevanza, ammissibilità e valore probatorio degli elementi prodotti. La medicina può dimostrare il danno e contribuire a ricostruire il mezzo utilizzato; per risalire alla responsabilità individuale occorre collegare quel danno alle decisioni operative, alla conoscenza delle circostanze, agli ordini impartiti e alla catena di comando.
Lo Statuto di Roma qualifica come crimine di guerra l'attacco intenzionalmente diretto contro ospedali e luoghi nei quali siano raccolti malati e feriti, a condizione che non costituiscano obiettivi militari. Prevede inoltre la responsabilità penale individuale di chi ordina, commette, facilita o contribuisce consapevolmente al crimine e disciplina, all'articolo 28, la responsabilità dei comandanti militari quando sapevano o avrebbero dovuto sapere che le forze sottoposte al loro controllo stavano commettendo crimini e non abbiano adottato le misure necessarie e ragionevoli per impedirli o reprimerli.
La situazione nello Stato di Palestina è oggetto di un'indagine della Corte penale internazionale aperta nel 2021 e tuttora in corso. L'esistenza di un'indagine, di richieste della Procura o di mandati di arresto non autorizza a considerare già accertata la colpevolezza degli indagati. Ma neppure il richiamo alla presunzione di innocenza può essere usato per negare la necessità di raccogliere e proteggere immediatamente le prove, perché il tempo, la distruzione dei luoghi e la morte dei testimoni possono rendere l'accertamento sempre più difficile.
La qualificazione di genocidio richiede un'attenzione ancora maggiore. L'articolo 6 dello Statuto di Roma e la Convenzione del 1948 richiedono che determinati atti siano commessi con l'intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Non bastano la vastità della distruzione o l'elevato numero delle vittime: occorre dimostrare il cosiddetto dolo specifico. La Commissione d'inchiesta ONU ha affermato di avere individuato tale intento; la Corte internazionale di giustizia, nel procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele, ha adottato misure provvisorie vincolanti, ma non ha ancora pronunciato una sentenza definitiva sul merito della responsabilità per genocidio. Le due valutazioni appartengono a piani giuridici diversi e non devono essere confuse.
La Commissione d'inchiesta non è un tribunale penale e non può condannare singoli individui. Può però raccogliere informazioni, individuare modelli di condotta, formulare conclusioni giuridiche e trasmettere materiale agli organismi competenti. La Corte internazionale di giustizia giudica invece la responsabilità degli Stati, mentre la Corte penale internazionale accerta la responsabilità delle persone fisiche. Questa distinzione è fondamentale: lo Stato può violare obblighi internazionali e una singola persona può rispondere penalmente soltanto quando siano dimostrati gli elementi oggettivi e soggettivi del crimine che le viene contestato.
Sono uscita dall'incontro pensando soprattutto ai bambini. Non a una categoria astratta, ma ai neonati nelle incubatrici insufficienti, ai piccoli amputati, agli orfani, a chi non può frequentare la scuola, a chi ha perso la casa e continua a spostarsi da una tenda all'altra. Ho pensato anche ai bambini israeliani uccisi o rapiti il 7 ottobre e alla necessità di sottrarre ogni infanzia alla logica della vendetta. Affermare che tutti i bambini hanno lo stesso valore non rappresenta una posizione neutrale o ingenua. È una scelta giuridica e morale radicale contro ogni processo di disumanizzazione.
Il diritto internazionale umanitario non è stato creato per rendere la guerra accettabile. È nato per porre limiti inderogabili alla violenza quando la politica e la diplomazia hanno già fallito. Quando questi limiti vengono violati senza conseguenze, il danno non rimane confinato a Gaza. Si crea un precedente che indebolisce la protezione dei civili in ogni altro conflitto e trasmette ai governi e ai comandi militari l'idea che ospedali, soccorritori e bambini possano essere sacrificati senza una reale assunzione di responsabilità.
Per questo testimoniare è importante. Non basta commuoversi davanti alle immagini per poi tornare al silenzio. Occorre pretendere corridoi sanitari effettivi, accesso agli aiuti, evacuazioni mediche, protezione degli ospedali, programmi di riabilitazione pluriennale, istruzione, assistenza psicologica e indagini indipendenti. Occorre sostenere la conservazione della documentazione sanitaria e chiedere che nessun crimine, da qualunque parte sia commesso, rimanga impunito.
La frase conclusiva richiamata durante l'incontro riassume tutto ciò che il diritto dovrebbe difendere: l'essenza dell'infanzia non è soltanto sopravvivere, ma poter crescere. Oggi, dopo avere ascoltato medici e testimoni, aggiungerei che permettere a un bambino di crescere non è un gesto di generosità. È un obbligo giuridico, politico e umano. E quando la comunità internazionale non riesce a garantirlo, non siamo davanti soltanto al fallimento della diplomazia. Siamo davanti al fallimento della civiltà.
