Fuori rotta, da Trieste alla Sardegna: accoglienza, trasferimenti e isolamento dei richiedenti asilo

Il viaggio di chi attraversa la rotta balcanica non termina con l'ingresso in Italia. Dopo i boschi, i respingimenti, le violenze di frontiera e le notti trascorse all'aperto, può iniziare una seconda traversata, meno visibile ma non necessariamente meno dolorosa: quella dentro il sistema italiano dell'asilo e dell'accoglienza. Il rapporto Fuori Rotta. Trasferimenti, isolamento e discontinuità nel percorso di protezione ed accoglienza tra Trieste e Sardegna, pubblicato nell'aprile 2026 da No Name Kitchen sulla base del lavoro svolto anche con il Consorzio Italiano di Solidarietà, ricostruisce proprio questa traiettoria interna. Non parla soltanto di edifici degradati o servizi insufficienti, ma di persone trasferite per centinaia di chilometri, separate dalle relazioni costruite a Trieste e collocate in strutture periferiche nelle quali l'attesa della decisione sulla domanda di protezione rischia di trasformarsi in sospensione della vita.
Il dato iniziale è particolarmente significativo: secondo il monitoraggio condotto tra febbraio e settembre 2025, circa l'85% dei trasferimenti interregionali osservati a Trieste avrebbe avuto come destinazione la Sardegna. La ricerca ha carattere qualitativo e si fonda sul monitoraggio quotidiano svolto nel capoluogo giuliano, su una successiva missione nell'isola, su dieci interviste individuali, cinque focus group, osservazione diretta, documentazione amministrativa e confronto con il quadro normativo. Gli stessi autori riconoscono alcuni limiti: non è stato sempre possibile accedere all'interno dei centri; il campione presenta una prevalenza di giovani afghani e pakistani; parte delle informazioni sugli spazi interni proviene da fotografie, video e testimonianze. Queste cautele metodologiche devono essere mantenute anche nella divulgazione: il rapporto non equivale a un accertamento giudiziario né consente di attribuire automaticamente responsabilità a singoli gestori. La ripetitività delle segnalazioni provenienti da strutture differenti, tuttavia, rende improprio liquidarle come episodi isolati.
Il punto di partenza è Trieste, città di frontiera e luogo centrale lungo la rotta balcanica. Il rapporto descrive un sistema nel quale l'accesso alla procedura di asilo e alle misure di accoglienza sarebbe stato caratterizzato da ritardi prolungati, insufficienza dei posti disponibili e permanenza forzata in strada. Dopo lo sgombero del Silos, avvenuto nel giugno 2024, molte persone si sono disperse negli edifici abbandonati del Porto Vecchio, privi di acqua, riscaldamento e servizi igienici, dando origine a quello che le associazioni hanno definito un "Silos diffuso". Nel 2023, secondo i dati riportati, 4.450 richiedenti asilo non avrebbero avuto accesso immediato all'accoglienza; nell'agosto 2025 il numero delle persone prive di sistemazione avrebbe raggiunto quasi cinquecento. Si tratta di dati raccolti dalle realtà attive sul territorio e, proprio per questo, sarebbe doveroso che le amministrazioni competenti pubblicassero informazioni ufficiali, disaggregate e verificabili.
Il diritto d'asilo non costituisce una concessione discrezionale dell'autorità amministrativa. Trova fondamento nell'articolo 10, terzo comma, della Costituzione, oltre che nel diritto europeo e internazionale. Nel periodo esaminato dal rapporto, il sistema era disciplinato principalmente dal decreto legislativo n. 25 del 2008, relativo alla procedura, e dal decreto legislativo n. 142 del 2015, riguardante l'accoglienza. La semplice manifestazione della volontà di chiedere protezione impone l'attivazione della procedura e non dovrebbe lasciare la persona in una zona grigia, priva di documenti, assistenza e informazioni. Il decreto legislativo n. 142 del 2015 continua a costituire il principale riferimento interno, mentre la gestione dei centri è regolata anche dal capitolato adottato con decreto ministeriale del 4 marzo 2024.
Particolarmente problematica appare, secondo il rapporto, la concreta modalità con cui venivano comunicati i trasferimenti. Il mercoledì pomeriggio nei centri triestini sarebbe stata affissa una lista; la partenza sarebbe avvenuta il giovedì mattina. La destinazione indicata era spesso soltanto "Sardegna", senza specificare il Comune o la struttura. Alcuni provvedimenti esaminati dagli autori sarebbero stati redatti mediante moduli prestampati, talvolta privi persino del nome del destinatario. Formalmente era possibile inviare memorie e documenti tramite posta elettronica, ma il termine di poche ore, l'impiego esclusivo della lingua italiana e l'assenza di assistenza legale rendevano questa facoltà difficilmente esercitabile. Sullo sfondo rimaneva l'avvertimento che la mancata partenza avrebbe potuto determinare la revoca delle misure di accoglienza.
Un trasferimento non è illegittimo soltanto perché sgradito al destinatario. L'amministrazione deve poter redistribuire le presenze quando ciò sia realmente necessario per assicurare il funzionamento del sistema. Tuttavia, una scelta organizzativa non può cancellare la persona. Vulnerabilità fisiche e psicologiche, percorsi sanitari già avviati, relazioni familiari, legami sociali, corsi di lingua, promesse di assunzione e opportunità concrete di integrazione dovrebbero essere valutati prima dello spostamento. Il nuovo quadro europeo stabilito dalla direttiva (UE) 2024/1346 ribadisce espressamente che il trasferimento da una struttura abitativa a un'altra deve avvenire soltanto quando necessario. Un procedimento sostanzialmente automatico, fondato sul solo criterio numerico e privo di una valutazione individuale effettiva, pone dunque seri interrogativi sotto il profilo della proporzionalità, della trasparenza e della tutela della dignità.
L'elemento che accomunerebbe molti dei centri sardi monitorati è l'isolamento geografico. Alcune strutture sono descritte come situate lungo strade provinciali o sterrate, distanti dai centri abitati e scarsamente collegate dal trasporto pubblico. In uno dei casi ricostruiti, il paese più vicino sarebbe raggiungibile in un'ora e quarantacinque minuti a piedi, mentre per arrivare in un centro dotato di maggiori servizi occorrerebbero oltre due ore e mezza. L'autobus passerebbe una sola volta al mattino, con due possibilità di ritorno nelle prime ore del pomeriggio. Il costo giornaliero di andata e ritorno, pari a 6,20 euro, consumerebbe in dodici giorni l'intero pocket money mensile di 75 euro. La collocazione territoriale non è quindi un dettaglio logistico: determina la possibilità concreta di raggiungere un medico, un avvocato, una scuola, un ufficio postale o un luogo di lavoro.
Il rapporto descrive inoltre pasti insufficienti o di qualità scadente, menu ripetitivi, prodotti scaduti, infestazioni di cimici, assenza di ricambi regolari per lenzuola e vestiti, distribuzione sporadica dei prodotti per l'igiene e pulizie affidate agli stessi ospiti senza detergenti adeguati. In una struttura sarebbe stata consegnata una sola bottiglietta d'acqua da mezzo litro al giorno anche durante l'estate; in un'altra i residenti avrebbero organizzato due scioperi della fame. In alcuni centri le persone avrebbero cucinato clandestinamente in edifici abbandonati per integrare i pasti, rischiando sanzioni o allontanamenti. Sono testimonianze che richiedono verifiche puntuali, ma riguardano obblighi molto concreti: alimentazione adeguata, igiene, sicurezza degli ambienti e rispetto delle esigenze sanitarie, culturali e religiose non sono prestazioni facoltative, bensì componenti essenziali delle condizioni materiali di accoglienza.
Anche l'accesso alle cure mediche sarebbe profondamente condizionato dall'isolamento. Il rapporto riferisce di strutture prive di un servizio sanitario regolare, ritardi di mesi nell'iscrizione al Servizio sanitario nazionale, assenza di mediatori linguistico-culturali e ricorso frequente a comuni farmaci da banco in luogo di una valutazione clinica. In alcuni casi le ambulanze avrebbero avuto difficoltà a localizzare i centri; in altri, le richieste di visita sarebbero state filtrate o minimizzate dal personale gestionale. Particolarmente grave appare la quasi totale mancanza di presa in carico psicologica ed etnopsichiatrica, nonostante molte persone provengano da percorsi segnati da guerra, torture, violenze, lutti, detenzione e respingimenti. La tutela della salute prevista dall'articolo 32 della Costituzione non può dipendere dalla disponibilità occasionale di un'automobile o dalla maggiore sensibilità del singolo gestore.
Il vuoto informativo produce conseguenze altrettanto rilevanti. Alcuni residenti avrebbero atteso mesi senza comprendere lo stato della propria domanda, senza aver completato il modello C3 o senza ricevere documenti corretti. Il rapporto racconta di codici fiscali errati, colloqui svolti senza interpreti qualificati, operatori legali presenti soltanto una volta al mese e persone incapaci di ottenere risposte sulla data della Commissione territoriale. Il caso di un giovane identificato con l'iniziale B. mostra l'effetto cumulativo di queste disfunzioni: errori anagrafici, ritardi documentali, traduzioni improvvisate mediante Google Translate, isolamento territoriale e paura di essere allontanato immediatamente dal centro dopo l'eventuale riconoscimento della protezione. Il diritto all'informazione non può ridursi alla consegna di un foglio incomprensibile: senza mediazione linguistica e assistenza qualificata, il diritto di difesa rischia di rimanere puramente formale.
Uno dei passaggi più delicati riguarda il lavoro. Le testimonianze raccolte descrivono reclutamenti attraverso liste affisse nei centri, furgoni che prelevano i lavoratori all'alba, impieghi agricoli di dieci o dodici ore, pagamenti in contanti di circa quattro o cinque euro l'ora e rapporti spesso privi di contratto. Vengono inoltre riferiti mancati pagamenti, sostituzioni immediate di chi protesta e contratti regolari intestati soltanto a pochi componenti delle squadre. Questi elementi non consentono, da soli, di affermare la responsabilità penale di persone determinate. Rappresentano però potenziali indici di sfruttamento che le autorità dovrebbero approfondire alla luce dell'articolo 603-bis del codice penale, il quale punisce l'impiego di manodopera in condizioni di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno. La vulnerabilità amministrativa, la mancanza di trasporti, l'assenza di alternative e la necessità di integrare un pocket money insufficiente costituiscono un terreno ideale per il caporalato.
Il caso di Monastir mostra come l'abbandono non colpisca soltanto le persone accolte, ma anche le comunità locali. Il centro, formalmente qualificato come CAS ma utilizzato anche per la prima gestione delle persone sbarcate direttamente sulle coste sarde, avrebbe assunto una natura ibrida e sarebbe frequentemente sovraffollato. Il rapporto descrive grandi camerate, file di letti o materassi, privacy pressoché inesistente e sei bagni per circa ottanta persone. Nello stesso tempo, un Comune di dimensioni contenute si trova a fronteggiare una presenza significativa senza adeguati strumenti, servizi e programmazione statale. Contrapporre residenti e migranti sarebbe quindi una lettura miope: entrambi subiscono le conseguenze di decisioni centralizzate non accompagnate da investimenti territoriali, mediazione e percorsi di inclusione.
Da sarda trapiantata a Trieste, considero essenziale chiarire un punto: il problema non è la Sardegna. L'isola non è, per sua natura, un luogo di esclusione. Lo diventa quando la sua insularità, le distanze, la debolezza del trasporto pubblico e lo spopolamento delle aree interne vengono utilizzati per collocare centinaia di persone lontano dallo sguardo pubblico e dai servizi essenziali. Anche i territori sardi vengono trattati come periferie sacrificabili. Un'accoglienza dignitosa, diffusa e ben organizzata potrebbe invece rappresentare un'occasione di incontro, lavoro regolare e rigenerazione sociale. Ammassare persone in strutture isolate produce l'effetto opposto: alimenta dipendenza, conflitto, sfruttamento e paura.
Il rapporto arriva a prospettare una tesi particolarmente grave: il sistema dei ritardi triestini e dei trasferimenti verso strutture remote potrebbe avere svolto una funzione deterrente, scoraggiando le persone dal chiedere asilo in Italia. Questa rimane un'ipotesi interpretativa degli autori e non può essere presentata come un'intenzione istituzionale già provata. Deve, però, essere presa sul serio. Quando una prassi amministrativa produce sistematicamente abbandono in strada, distruzione delle reti sociali, isolamento e rinuncia all'accoglienza, non è sufficiente invocare genericamente l'emergenza. L'articolo 97 della Costituzione impone buon andamento e imparzialità: occorrono criteri pubblici, dati verificabili, controlli indipendenti, valutazioni individuali e responsabilità precise.
Dal 12 giugno 2026 il quadro è stato ulteriormente modificato dall'applicazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo e dalla direttiva (UE) 2024/1346. L'Italia ha avviato il recepimento con il decreto-legge 12 giugno 2026, n. 100, il cui disegno di legge di conversione risulta ancora all'esame parlamentare nel luglio 2026. Questa riforma non rende superato il rapporto Fuori Rotta: al contrario, lo trasforma in un banco di prova. Le nuove norme dovranno essere valutate non per ciò che promettono sulla carta, ma per la loro capacità di impedire che registrazione, accoglienza e trasferimento diventino strumenti di confinamento amministrativo.
La conclusione è netta. Accogliere non significa soltanto assegnare un letto. Significa garantire cure, informazione, autonomia, mobilità, tutela legale, possibilità di lavorare regolarmente e condizioni materiali compatibili con la dignità umana. Significa radicare le persone, non spezzare ogni legame costruito. Quando un richiedente asilo viene trasferito come un numero, senza sapere dove andrà e senza poter far valere la propria storia individuale, l'accoglienza perde la sua funzione e diventa gestione dell'invisibilità. È questo il confine interno denunciato da Fuori Rotta: un confine che non attraversa mari o montagne, ma separa formalmente chi è accolto dall'effettivo esercizio dei propri diritti.
https://bloodyborders.org/wp-content/uploads/2026/05/NNK_Fuori-Rotta_Sardegna-Report.pdf<br>
