Forum Cernobbio 2026: Europa, competitività e sovranità davanti alla sfida globale

06.09.2026

Dal 4 al 6 settembre 2026 Villa d'Este ha ospitato la 52ª edizione del Forum TEHA di Cernobbio, uno degli appuntamenti più rilevanti del confronto tra istituzioni, imprese, finanza e politica. Il titolo scelto, "Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive", potrebbe sembrare quello di un tradizionale incontro economico. In realtà, quest'anno Cernobbio ha parlato soprattutto di politica: del futuro dell'Unione europea, della sua capacità di competere con le altre grandi potenze, della sicurezza energetica, dell'innovazione tecnologica, del lavoro e della tenuta del modello sociale europeo.

Il messaggio più significativo è arrivato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato ha descritto un ordine internazionale nel quale tornano ad affermarsi politiche di potenza e pretese "predatorie" sulle risorse materiali e immateriali, mentre problemi come cambiamento climatico, pandemie, energia, sicurezza alimentare e intelligenza artificiale richiederebbero, al contrario, una maggiore cooperazione tra gli Stati. È una riflessione che possiede una precisa dimensione giuridica: l'articolo 11 della Costituzione italiana consente limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni, mentre gli articoli 2, 3 e 21 del Trattato sull'Unione europea collocano democrazia, Stato di diritto, cooperazione e tutela della pace tra i fondamenti dell'azione europea. Mattarella ha quindi invitato l'Unione non semplicemente a difendersi, ma ad assumere iniziative capaci di preservare un ordinamento internazionale fondato sulle regole.

Su questa stessa linea si è collocato il Presidente del Consiglio europeo António Costa. Nel suo intervento ha ricordato la dimensione economica dell'Unione: circa 450 milioni di consumatori, 32 milioni di imprese e circa 56 milioni di posti di lavoro sostenuti dagli scambi all'interno del mercato unico. Non si tratta soltanto di numeri. Il mercato interno previsto dall'articolo 26 TFUE costituisce uno dei principali strumenti attraverso i quali gli Stati europei possono acquisire una dimensione economica sufficiente per confrontarsi con Stati Uniti, Cina e altre grandi economie mondiali. Il problema, oggi, è trasformare questa dimensione quantitativa in capacità politica e industriale.

Costa ha inoltre posto un obiettivo politico molto concreto: raggiungere entro la fine del 2026 un accordo sul prossimo bilancio pluriennale dell'Unione, evitando il rischio di arrivare al 2028 senza continuità nei finanziamenti europei. Il quadro finanziario pluriennale, disciplinato dall'articolo 312 TFUE, non è un semplice documento contabile. Stabilire quante risorse destinare a competitività, trasformazione industriale, difesa, sicurezza, resilienza, coesione e agricoltura significa decidere quale Unione europea costruire nei prossimi anni. Anche il tema delle risorse proprie, previsto dall'articolo 311 TFUE, diventa quindi inevitabilmente politico.

Per l'Italia il Forum ha restituito un quadro apparentemente contraddittorio. Il 72,1% degli oltre duecento manager e imprenditori interpellati da TEHA prevede di chiudere il 2026 con un aumento del fatturato e il 59,6% ritiene che la propria impresa avrà risultati migliori rispetto ai concorrenti. Esiste dunque una fiducia significativa nella capacità competitiva del tessuto produttivo italiano. Ma questa fiducia convive con debolezze strutturali che non possono essere ignorate.

Una delle più rilevanti riguarda l'innovazione. Secondo uno studio TEHA-Amazon-AWS presentato a Cernobbio, gli investimenti italiani nei settori ad alta intensità tecnologica rappresentano circa l'1,3% del PIL, rispetto all'1,9% della media europea: un divario del 32%. Energia, burocrazia e disponibilità di competenze continuano a condizionare la capacità del Paese di attrarre e sviluppare investimenti tecnologici. È un problema che coinvolge direttamente l'articolo 173 TFUE, che attribuisce all'Unione e agli Stati membri il compito di assicurare condizioni necessarie alla competitività dell'industria europea.

Altrettanto centrale è la questione energetica. Uno studio TEHA-A2A presentato durante il Forum stima che il settore Energy & Utility potrebbe attivare investimenti privati per 315 miliardi di euro entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050. Sono stime elaborate nell'ambito di una ricerca realizzata con un operatore del settore e devono quindi essere lette come scenari prospettici, non come risultati già acquisiti. Indicano tuttavia con chiarezza quanto energia, infrastrutture e transizione ambientale siano ormai parte integrante della politica industriale. L'articolo 194 TFUE lega espressamente la politica energetica europea al funzionamento del mercato, alla sicurezza degli approvvigionamenti, all'efficienza, al risparmio energetico e allo sviluppo delle energie rinnovabili.

Cernobbio ha mostrato anche un'altra fragilità italiana: il capitale umano. Una ricerca presentata al Forum ha stimato che nel 2024 circa 141.000 italiani abbiano trasferito la residenza all'estero e che il 45% fosse laureato, quantificando in circa 11 miliardi di euro il possibile costo economico della perdita di talenti. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha ricordato, dall'altra parte, che nel 2025 il numero degli italiani trasferitisi all'estero sarebbe diminuito di oltre il 20% e ha richiamato il livello record di 24,3 milioni di occupati. Il punto giuridicamente e politicamente corretto non è limitare la libertà di circolazione garantita dal diritto europeo, ma costruire condizioni capaci di rendere l'Italia competitiva nell'attrarre e trattenere competenze: retribuzioni adeguate, stabilità, ricerca, servizi e possibilità di crescita professionale. È qui che tornano in gioco gli articoli 4, 35 e 36 della Costituzione sul diritto al lavoro, sulla sua tutela e sulla necessità di una retribuzione proporzionata e sul .

Naturalmente il Forum è stato anche terreno di scontro politico. Elly Schlein ha proposto una strategia fondata su decarbonizzazione, investimenti e qualità del lavoro e ha rilanciato il superamento del principio dell'unanimità in alcuni processi decisionali europei; Giuseppe Conte ha riproposto la creazione di un fondo sovrano nazionale di sviluppo. Il confronto tra Mario Monti e Roberto Vannacci ha invece rappresentato simbolicamente lo scontro più ampio tra chi ritiene necessario approfondire l'integrazione europea e chi chiede di restituire maggiore centralità alla sovranità nazionale.

A mio avviso, è proprio su quest'ultimo punto che occorre evitare una contrapposizione troppo semplice. Il diritto dell'Unione possiede già gli strumenti per comporre integrazione e sovranità: l'articolo 5 TUE fonda l'esercizio delle competenze europee sui principi di attribuzione, sussidiarietà e proporzionalità. L'Unione non dovrebbe quindi intervenire ovunque, ma dovrebbe essere sufficientemente forte proprio nelle materie nelle quali l'azione dei singoli Stati non è più adeguata: difesa comune, energia, grandi investimenti tecnologici, politica industriale, sicurezza economica, migrazioni, clima e competizione globale.

Anche per l'Italia il problema non può essere ridotto alla sola stabilità politica. La stabilità è certamente un valore, ma diventa economicamente utile soltanto quando consente programmazione e riforme di lungo periodo. Investire di più richiede inoltre di confrontarsi con l'articolo 81 della Costituzione, con l'articolo 117, primo comma, relativo al rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento europeo, e con il nuovo quadro di governance economica dell'Unione, in particolare il regolamento (UE) 2024/1263. La vera sfida è creare spazio per gli investimenti produttivi senza compromettere la sostenibilità del debito pubblico.

Cernobbio 2026 lascia quindi una domanda molto più importante delle singole dichiarazioni pronunciate a Villa d'Este: può l'Europa permettersi di affrontare la nuova competizione globale restando politicamente frammentata, tecnologicamente dipendente e condizionata da ventisette differenti capacità fiscali ed energetiche?

La mia risposta è negativa. L'Europa non ha bisogno di rinunciare alle proprie identità nazionali, ma di esercitare insieme una parte della propria sovranità laddove nessuno Stato europeo, da solo, possiede più una dimensione sufficiente per incidere realmente. E l'Italia, invece di scegliere tra Europa e interesse nazionale, dovrebbe comprendere che nel mondo multipolare del 2026 una maggiore capacità europea di decidere, investire e proteggere il proprio modello democratico rappresenta sempre più una condizione per difendere proprio l'interesse nazionale.

Il messaggio più profondo di Cernobbio, allora, non riguarda soltanto la crescita del PIL. Riguarda il rapporto tra economia, diritto e democrazia. La competitività è indispensabile, ma non può essere costruita sacrificando coesione sociale, Stato di diritto o sostenibilità. Perché un'Europa economicamente forte ma politicamente divisa rimarrebbe vulnerabile; mentre un'Europa capace di trasformare il proprio mercato, le proprie regole e i propri valori in autentica capacità politica potrebbe ancora essere protagonista, e non semplice spettatrice, del nuovo ordine mondiale.

Per approfondire:

https://www.ambrosetti.eu/summit-eventi/lo-scenario-di-oggi-e-di-domani-per-le-strategie-competitive/<br>

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