Fine vita in Friuli Venezia Giulia: perché serve una legge nazionale

05.09.2026

Il Veneto ha scelto di intervenire sul fine vita con una propria legge regionale. Il Friuli Venezia Giulia, invece, non sembra intenzionato a seguire la stessa strada. La maggioranza regionale, composta da Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia e Lista Fedriga, sostiene che una materia così delicata, coinvolgendo diritti fondamentali, debba trovare una disciplina uniforme a livello nazionale. Le opposizioni, dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, passando per Alleanza Verdi e Sinistra e Patto per l'Autonomia, chiedono invece di riaprire il confronto anche in Consiglio regionale.

Lo scontro non riguarda soltanto il merito del suicidio medicalmente assistito, ma anche il ruolo che la Regione deve assumere davanti all'inerzia del Parlamento. La maggioranza rivendica una posizione di prudenza istituzionale: secondo i gruppi che sostengono la Giunta, il Friuli Venezia Giulia non dovrebbe intervenire su una materia che tocca diritti fondamentali e che rischia di produrre trattamenti diversi tra cittadini di territori differenti. La scelta di non approvare una legge regionale viene così presentata come una difesa dell'uniformità nazionale.

Le opposizioni leggono invece questa prudenza come un rinvio politico. A loro giudizio, proprio l'assenza di una legge statale rende necessario che il Consiglio regionale discuta il tema e individui almeno procedure e garanzie per le strutture sanitarie e per i pazienti. Il confronto, dunque, si sposta dal principio astratto della competenza alla responsabilità concreta di dare risposte a chi si trova già oggi ad affrontare situazioni di sofferenza e di fine vita.

È una posizione che, almeno sul piano dell'esigenza di uniformità, considero condivisibile. Il problema, tuttavia, è proprio ciò che accade quando il Parlamento continua a non fornire una disciplina organica: le Regioni cercano inevitabilmente di colmare gli spazi lasciati aperti dal legislatore statale. Il Veneto ha scelto questa strada; il Friuli Venezia Giulia, per ora, sceglie di non farlo. Ma entrambe le decisioni sono il risultato della stessa lacuna nazionale.

Sul suicidio medicalmente assistito non partiamo, infatti, da un vuoto assoluto. La Corte costituzionale, a partire dalla sentenza n. 242 del 2019, ha individuato precise condizioni nelle quali la punibilità prevista dall'art. 580 c.p. deve essere esclusa, costruendo un quadro di garanzie che non può essere ignorato dal legislatore. La discussione regionale dovrebbe quindi misurarsi con questo quadro, senza trasformarsi né in una contrapposizione ideologica né in una semplice prova di forza tra maggioranza e opposizione.

Il nodo, oggi, è quindi anche istituzionale. È ragionevole chiedersi se l'accesso a una procedura che coinvolge autodeterminazione, dignità della persona, tutela della salute e protezione della vita possa dipendere dalla Regione nella quale il cittadino risiede. Ma è altrettanto ragionevole chiedersi se il rifiuto di intervenire, in attesa di una legge nazionale, possa lasciare senza risposte pazienti, famiglie e operatori sanitari.

L'art. 3 della Costituzione impone uguaglianza; l'art. 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell'individuo; gli artt. 2 e 13 proteggono la persona e la sua libertà. Proprio per questo ritengo preferibile una legge nazionale capace di stabilire garanzie, procedure e tempi uniformi sull'intero territorio della Repubblica.

Il Friuli Venezia Giulia può dunque sostenere che la sede naturale sia il Parlamento. Ma questa posizione diventa realmente convincente soltanto se il livello nazionale assume finalmente la propria responsabilità. Altrimenti il confronto regionale rischia di ridursi a uno scontro politico tra chi invoca la competenza statale e chi denuncia l'inerzia delle istituzioni. Nel frattempo, però, l'incertezza resta sulle spalle dei cittadini.

Sul fine vita l'Italia non ha bisogno di venti discipline differenti. Ha bisogno di una legge nazionale chiara, costituzionalmente equilibrata e rispettosa della dignità di ogni persona. Ma, fino a quando quella legge non arriverà, il dibattito politico regionale non può essere liquidato come una questione estranea: è il luogo nel quale emerge, con particolare evidenza, il costo concreto del vuoto lasciato dal Parlamento.

Fonte:

https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2026/09/fine-vita-la-legge-del-veneto-non-piace-al-centrodestra-fvg-567b0320-1f86-40e4-bc96-31838eceff79.html

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