Federalismo pragmatico: la visione di Draghi e il futuro degli Stati Uniti d’Europa

Nel suo discorso sul "federalismo pragmatico" pronunciato presso l'Università di Leuven, Mario Draghi ha offerto non una suggestione retorica, ma una vera e propria architettura concettuale sul futuro dell'integrazione europea. La sua riflessione si colloca in un momento storico segnato da conflitti armati alle porte dell'Europa, competizione tecnologica globale, transizione energetica forzata e ridefinizione degli equilibri geopolitici. In questo contesto, Draghi non parla di federalismo come ideale romantico o come eredità del pensiero spinelliano, bensì come risposta strutturale alla vulnerabilità europea. Il suo ragionamento parte da un presupposto preciso: l'Europa, se non si dota di strumenti decisionali più efficaci e integrati, rischia di trasformarsi in un'area economicamente esposta e politicamente irrilevante.
L'attuale configurazione dell'Unione Europea viene descritta implicitamente come incompiuta. L'Unione ha costruito un mercato unico sofisticato, una moneta comune per gran parte dei suoi membri e un sistema normativo tra i più avanzati al mondo. Tuttavia, nei settori che definiscono la sovranità contemporanea – difesa, politica estera, sicurezza energetica, politica industriale strategica – prevale ancora una logica intergovernativa. L'unanimità, che avrebbe dovuto tutelare le sensibilità nazionali, si è spesso trasformata in un meccanismo di paralisi. In un mondo in cui le decisioni strategiche richiedono tempestività, la lentezza diventa un costo politico ed economico. Draghi individua qui il nodo centrale: un'unione che non può decidere non può incidere.
Il concetto di "federalismo pragmatico" si distingue nettamente dalle tradizionali proposte di riforma istituzionale totale. Non si tratta di convocare immediatamente una nuova Convenzione europea per riscrivere integralmente i Trattati, né di proclamare uno Stato federale europeo in senso classico. Il pragmatismo risiede nella metodologia: avanzare nei settori dove l'urgenza è evidente e dove un gruppo di Stati membri è pronto a condividere responsabilità e poteri. È un approccio funzionale e graduale, che si fonda su cooperazioni rafforzate, su integrazioni differenziate, su cerchi concentrici. L'obiettivo non è attendere l'unanimità ideale, ma costruire integrazione reale tra chi è disposto a farlo, lasciando aperta la porta agli altri.
Questo modello richiama esplicitamente precedenti storici dell'integrazione europea. L'area dell'euro non nacque dall'adesione simultanea di tutti gli Stati membri, ma dalla decisione di un nucleo determinato di procedere. Analogamente, l'area Schengen rappresentò un'integrazione differenziata poi progressivamente ampliata. Draghi suggerisce che lo stesso schema possa essere applicato oggi ai settori della difesa comune, dell'energia, della politica industriale e dell'innovazione tecnologica. In un contesto in cui la competizione globale si gioca su semiconduttori, intelligenza artificiale, sicurezza delle catene di approvvigionamento, nessuno Stato europeo, isolatamente, dispone della massa critica necessaria.
Un passaggio centrale del discorso riguarda la nozione stessa di sovranità. Draghi ribalta una concezione tradizionale secondo cui condividere sovranità significherebbe indebolirla. Al contrario, sostiene implicitamente che la sovranità, nell'epoca della globalizzazione e della competizione tra grandi blocchi, può essere esercitata efficacemente solo su scala continentale. La frammentazione nazionale produce impotenza; la condivisione produce capacità di azione. Non si tratta di annullare le identità statali, ma di trasferire competenze in quei campi dove la dimensione europea è l'unica realmente adeguata. È una concezione moderna della sovranità, non più territoriale in senso stretto, ma funzionale e strategica.
Dal punto di vista istituzionale, il federalismo pragmatico implica una revisione dei meccanismi decisionali. L'estensione del voto a maggioranza qualificata in ambiti attualmente soggetti all'unanimità rappresenta una condizione quasi imprescindibile per rendere l'Unione più efficace. Tuttavia, tale evoluzione dovrebbe essere accompagnata da un rafforzamento della legittimazione democratica, attraverso un ruolo più incisivo del Parlamento europeo e una maggiore trasparenza nelle scelte comuni. L'integrazione, per essere sostenibile, non può essere percepita come tecnocratica o distante: deve essere politicamente responsabile.
Un ulteriore elemento di rilievo riguarda la dimensione economica. Draghi sottolinea il rischio di deindustrializzazione del continente, aggravato da politiche industriali aggressive di altre potenze e da costi energetici elevati. Senza strumenti comuni di investimento, senza un bilancio europeo adeguato, senza una strategia industriale coordinata, l'Europa rischia di perdere competitività. Il federalismo pragmatico diventa così anche una proposta di politica economica: creare strumenti finanziari comuni, favorire investimenti strategici su larga scala, sostenere la ricerca e l'innovazione. L'integrazione non è solo un progetto politico, ma una leva per la crescita e la resilienza economica.
Vi è poi una dimensione geopolitica non trascurabile. In un contesto internazionale segnato dal ritorno della guerra convenzionale in Europa e da tensioni sistemiche tra blocchi, l'assenza di una difesa comune strutturata evidenzia i limiti dell'attuale assetto. Una federazione europea, anche costruita gradualmente, consentirebbe una maggiore autonomia strategica e una più chiara definizione degli interessi comuni. L'Europa potrebbe così agire non soltanto come potenza normativa, ma come attore politico dotato di credibilità internazionale.
In conclusione, il federalismo per Draghi non è un fine simbolico, ma un mezzo concreto per garantire efficacia, stabilità e prosperità. È un progetto che guarda al futuro con realismo, riconoscendo che l'assetto attuale non è sufficiente per affrontare le sfide del XXI secolo. Il suo pragmatismo non attenua l'ambizione, ma la rende percorribile. La scelta non è tra più o meno Europa in astratto, bensì tra un'Europa capace di decidere e un'Europa destinata alla marginalità. In questa prospettiva, il federalismo pragmatico si configura come una proposta di responsabilità storica: trasformare l'integrazione da processo incompiuto a strumento effettivo di sovranità condivisa e di forza collettiva.
A mio avviso, la prospettiva delineata da Draghi rappresenta oggi la sola via realmente lungimirante. Continuare a muoversi entro il "retaggio" tradizionale della sovranità nazionale, concepita come recinto invalicabile, significa ignorare la trasformazione strutturale dell'ordine mondiale. Gli Stati europei, presi singolarmente, non hanno la scala demografica, economica e militare per competere con le grandi potenze globali. Difendere la sovranità nel suo schema ottocentesco equivale, paradossalmente, a svuotarla di contenuto reale.
Gli Stati Uniti d'Europa non sono un'utopia ideologica, ma una necessità storica. Essi rappresenterebbero il superamento delle frammentazioni che oggi rallentano le decisioni strategiche, la costruzione di una politica estera coerente, di una difesa integrata, di una politica industriale comune. Soprattutto, significherebbero affermare che l'identità europea non è antagonista rispetto alle identità nazionali, ma le rafforza attraverso una cornice più ampia e più solida.
Il federalismo pragmatico offre il metodo per arrivarci: gradualmente, responsabilmente, con consenso democratico e con obiettivi concreti. Ma la direzione deve essere chiara. Restare ancorati alla logica esclusiva dello Stato-nazione, in un mondo organizzato per grandi blocchi continentali, è una scelta regressiva. L'Europa ha davanti a sé una decisione storica: o accetta di compiere il salto federale, oppure si condanna a una progressiva marginalità. Io credo che il tempo del rinvio sia finito. È il momento di avere il coraggio politico di costruire davvero gli Stati Uniti d'Europa.
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