Disabilità, la CRPD resta una promessa incompiuta: i diritti non possono aspettare

A vent'anni dall'adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), la comunità internazionale continua a confrontarsi con una realtà evidente: il riconoscimento formale dei diritti non è sufficiente se non si traduce in cambiamenti concreti nella vita delle persone. È questo il messaggio emerso dalla diciannovesima Conferenza degli Stati Parti alla Convenzione ONU, svoltasi a New York dal 9 all'11 giugno 2026, durante la quale governi, organizzazioni internazionali e associazioni rappresentative hanno ribadito la necessità di accelerare l'attuazione della Convenzione.
La CRPD rappresenta uno dei più importanti strumenti internazionali in materia di diritti umani. Non introduce diritti nuovi, ma afferma che le persone con disabilità devono poter godere pienamente degli stessi diritti e delle stesse libertà fondamentali riconosciuti a ogni essere umano, eliminando gli ostacoli che ne impediscono l'effettivo esercizio. L'Italia ha ratificato la Convenzione con la legge 3 marzo 2009, n. 18, assumendo l'obbligo giuridico di adeguare il proprio ordinamento ai principi sanciti dal trattato.
Nel corso della Conferenza è stato ribadito con forza un principio ormai imprescindibile: la disabilità non può più essere affrontata attraverso un modello assistenzialistico o caritatevole. Le politiche pubbliche devono essere fondate sul rispetto dei diritti umani, sull'autodeterminazione e sulla piena partecipazione alla vita sociale. Parlare di inclusione significa, innanzitutto, garantire la deistituzionalizzazione, affinché ogni persona possa scegliere dove vivere, con chi vivere e come costruire il proprio progetto di vita. Significa assicurare un lavoro dignitoso, accessibile e realmente inclusivo, eliminando le discriminazioni ancora presenti nel mercato del lavoro.
La trasformazione digitale rappresenta un'altra delle grandi sfide del nostro tempo. Servizi pubblici, piattaforme informatiche, applicazioni bancarie, sanitarie e amministrative devono essere progettati secondo il principio dell'accessibilità universale. L'innovazione tecnologica può diventare uno straumento straordinario di emancipazione, ma soltanto se nessuno viene escluso dall'accesso alle nuove tecnologie.
Accanto all'accessibilità digitale, la Conferenza ha richiamato l'attenzione sull'importanza di sistemi sanitari e assistenziali centrati sulla persona, capaci di garantire cure appropriate senza limitare la libertà individuale. La qualità della vita non dipende soltanto dalle prestazioni sanitarie, ma anche dalla possibilità di studiare, lavorare, partecipare alla cultura, allo sport, alla politica e alle decisioni che riguardano la propria esistenza.
Particolarmente significativo è stato il richiamo alla partecipazione politica. Le persone con disabilità non devono essere semplici destinatarie delle politiche pubbliche, ma protagoniste della loro elaborazione. Il principio "Nulla su di noi senza di noi", ormai patrimonio consolidato del movimento internazionale per i diritti delle persone con disabilità, costituisce una delle espressioni più concrete della democrazia partecipativa.
Anche il nostro ordinamento costituzionale offre basi solide per questa visione. Gli articoli 2 e 3 della Costituzione impongono alla Repubblica di riconoscere i diritti inviolabili della persona e di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Gli articoli 32, 38, 48 e 51 rafforzano ulteriormente il diritto alla salute, all'assistenza, alla partecipazione democratica e all'accesso alle cariche pubbliche senza discriminazioni.
Eppure il divario tra diritto scritto e diritto vissuto rimane ancora troppo ampio. Le barriere architettoniche continuano a limitare la libertà di movimento, l'accessibilità digitale è spesso incompleta, il tasso di occupazione delle persone con disabilità resta significativamente inferiore rispetto alla media nazionale e molte famiglie continuano a sopportare, quasi da sole, il peso dell'assistenza.
La vera sfida non consiste nell'approvare nuove dichiarazioni di principio, ma nel rendere effettivi gli obblighi già assunti dagli Stati. I diritti non possono dipendere dal luogo in cui si vive, dalle risorse economiche della propria famiglia o dalla sensibilità della singola amministrazione. Devono essere garantiti in modo uniforme, perché la dignità della persona non è negoziabile.
La CRPD continua a indicare la direzione da seguire. Ci ricorda che la disabilità non è una condizione individuale da compatire, ma il risultato dell'incontro tra una persona e un ambiente che troppo spesso continua a creare ostacoli. Eliminare quegli ostacoli significa costruire una società più giusta per tutti. Per questo motivo la Convenzione resta ancora una promessa incompiuta, ma anche uno dei più potenti strumenti giuridici per trasformare l'uguaglianza formale in uguaglianza sostanziale. La vera inclusione non nasce dalla beneficenza, bensì dalla piena attuazione dei diritti fondamentali e dei principi costituzionali che fondano ogni democrazia.
