Dalla rotta balcanica a Trieste: il racconto di un giovane sikh tra trafficanti, violenze e diritti negati

01.07.2026

Qualche giorno fa, in Piazza Libertà a Trieste, un ragazzo pakistano di appena diciannove anni, dagli occhi incredibilmente dolci e con un nome che non avevo mai sentito prima – un nome dal significato bellissimo, che mi ha colpita fin dal primo momento – si è avvicinato alla mia carrozzina. Dopo il tradizionale saluto As-salāmu ʿalaykum, al quale ho risposto con piacere, ho provato a parlargli in inglese. Mi ha sorriso e mi ha chiesto di aspettare qualche minuto. Poco dopo è tornato accompagnato da un suo amico sikh proveniente dal Punjab, in India, che parlava sia inglese sia urdu.

L'urdu è una lingua indoaria appartenente alla famiglia delle lingue indoeuropee. È la lingua nazionale e una delle lingue ufficiali del Pakistan ed è parlata, come prima o seconda lingua, da oltre 230 milioni di persone tra Pakistan, India e numerose comunità della diaspora nel resto del mondo. La sua diffusione la rende uno dei principali strumenti di comunicazione dell'Asia meridionale.

Attraverso il suo amico mi ha spiegato che il suo inglese era ancora molto limitato e che avrebbe preferito affidarsi a lui per tradurre le nostre parole. Così, quasi senza accorgercene, abbiamo iniziato una lunga conversazione. In questo articolo racconto soprattutto la storia del giovane sikh, perché la comunicazione è stata più semplice e mi ha consentito di ricostruire con maggiore precisione il suo percorso. Ma spero, un giorno, di poter raccontare anche la storia del ragazzo pakistano dagli occhi gentili. Perché dietro ogni volto incontrato in Piazza Libertà c'è una storia diversa e ogni storia merita di essere ascoltata prima ancora che giudicata.

Ci sono storie che non possono essere liquidate con l'etichetta burocratica di "viaggio irregolare". Sarebbe un errore, prima ancora umano che giuridico. Quando una persona racconta di essere stata ingannata con la promessa di un visto di lavoro, di aver pagato migliaia di euro, di essere stata spostata da un Paese all'altro, privata del passaporto, picchiata, ricattata e tenuta chiusa in un appartamento, non siamo più davanti a una semplice cronaca della rotta balcanica. Siamo di fronte a fatti che potrebbero costituire reati e che richiedono ascolto, protezione e verifiche.

Secondo il racconto raccolto, un giovane di 22 anni proveniente dal Punjab, in India, sarebbe arrivato inizialmente a Cipro con un visto per studenti, inviato lì dal padre. La sua situazione familiare era già segnata da una grave controversia relativa ad alcuni terreni, tanto da fargli temere per la propria incolumità in caso di rientro. A Cipro avrebbe conosciuto un uomo, indicato in questo articolo con un nome di fantasia, che gli avrebbe promesso un visto di lavoro per l'Italia in cambio di 5.000 euro. Dopo aver ricevuto il denaro, l'uomo avrebbe organizzato il viaggio acquistandogli un biglietto aereo con un primo volo da Cipro alla Turchia e un successivo volo in coincidenza da Istanbul (Aeroporto Sabiha Gökçen) a Skopje, nella Macedonia del Nord, facendogli credere che quello fosse soltanto un normale scalo prima dell'arrivo in Italia.

La realtà, secondo la testimonianza, sarebbe stata completamente diversa. Una volta atterrato a Skopje e superati regolarmente i controlli di frontiera, il giovane sarebbe stato fatto uscire dall'aeroporto e affidato a un'altra persona. In quel momento avrebbe capito che il promesso volo verso l'Italia non esisteva. Da lì sarebbe iniziato il cosiddetto game, il percorso clandestino lungo la rotta balcanica. Secondo il suo racconto, il viaggio dalla Macedonia del Nord a Trieste sarebbe durato complessivamente tra i dieci e i dodici giorni, con continui cambi di passeur, automobili e itinerari, organizzati per eludere i controlli di frontiera.

Il giovane mi ha inoltre mostrato la carta d'imbarco del volo utilizzato per raggiungere la Macedonia del Nord passando dalla Turchia. Naturalmente tale documento dimostra esclusivamente l'effettivo svolgimento di quel segmento del viaggio aereo e non costituisce, di per sé, prova delle successive condotte denunciate, che restano oggetto del suo racconto e potranno essere accertate esclusivamente dalle autorità competenti.

Il primo tratto si sarebbe svolto in taxi fino alla frontiera con il Kosovo. Qui i trafficanti avrebbero ordinato al gruppo di correre per uno o due chilometri lungo una linea ferroviaria per entrare nel Paese senza transitare dai valichi ufficiali. Una volta oltre il confine, un altro taxi li avrebbe attesi per proseguire il viaggio. Dal Kosovo sarebbero poi arrivati nei pressi del confine serbo, dove avrebbero dovuto nuovamente abbandonare il veicolo e camminare per circa un chilometro nella boscaglia prima di entrare in Serbia. Superato anche quel tratto, un'altra automobile li avrebbe caricati per proseguire verso la Bosnia-Erzegovina.

Il passaggio tra Serbia e Bosnia sarebbe avvenuto attraversando un fiume. Secondo il suo racconto, i trafficanti li avrebbero fatti salire su una piccola imbarcazione per raggiungere la sponda opposta, evitando ancora una volta i controlli di frontiera. Una volta arrivati in Bosnia, il gruppo sarebbe stato condotto in una casa isolata, dove avrebbe dovuto rimanere nascosto per quattro o cinque giorni. Durante quel periodo, riferisce di aver subito insulti, intimidazioni e violenze fisiche da parte dei trafficanti, in un clima di costante paura e soggezione.

Terminata l'attesa, il viaggio sarebbe ripreso verso la Croazia. Il confine sarebbe stato attraversato a piedi. In un primo tentativo, però, il gruppo sarebbe stato intercettato dalla polizia croata, arrestato e ricondotto in Bosnia. Secondo la testimonianza, durante quel respingimento sarebbero stati confiscati denaro, telefoni cellulari e gli effetti personali. Due giorni dopo, i passeur avrebbero organizzato un nuovo tentativo. Questa volta il gruppo avrebbe camminato per circa sei o sette ore attraverso boschi e sentieri prima di riuscire a oltrepassare il confine. Solo una volta raggiunta una zona ritenuta sicura sarebbero stati caricati nuovamente su alcuni taxi, proseguendo verso la Slovenia e infine verso Trieste

La situazione peggiora con l'arrivo in Italia. Il giovane racconta di essere stato portato in un appartamento insieme ad altre quattro o cinque persone. Dopo un giorno, un uomo avrebbe ordinato loro di chiamare le famiglie per chiedere altri 3.500 euro, dicendo che solo dopo il pagamento avrebbero riavuto i passaporti. Al rifiuto, sarebbero iniziate le violenze. Per quattro o cinque giorni, secondo il racconto, le persone non avrebbero ricevuto cibo. Solo una porta lasciata aperta avrebbe permesso la fuga. Senza passaporto, una persona straniera è più vulnerabile, più esposta ad abusi e meno in grado di sottrarsi al controllo di chi la gestisce. Inoltre, promettere più volte la restituzione senza mantenerla può essere un modo per ingannare e mantenere la persona in una condizione di dipendenza psicologica.

Dal punto di vista giuridico, casi come questo richiedono la massima cautela: soltanto l'autorità giudiziaria può accertare i fatti, individuare i responsabili e qualificare giuridicamente le condotte. Tuttavia, gli elementi riferiti nella testimonianza possono astrattamente ricondurre a diverse fattispecie di reato. In primo luogo, la tratta di persone prevista dall'art. 601 c.p., qualora il reclutamento, il trasporto e il trasferimento della persona siano avvenuti mediante inganno, violenza, minaccia o approfittando della sua condizione di vulnerabilità, con finalità di sfruttamento. Può inoltre rilevare il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina disciplinato dall'art. 12 del D.Lgs. 286/1998, aggravato quando il trasporto avviene attraverso organizzazioni criminali, con modalità che mettono in pericolo la vita o l'incolumità dei migranti oppure con trattamenti inumani e degradanti.

La richiesta di ulteriori 3.500 euro accompagnata dalla promessa di restituire il passaporto e dalle successive violenze potrebbe integrare il reato di estorsione (art. 629 c.p.). L'obbligo di rimanere nell'appartamento contro la propria volontà, unito alla privazione della libertà personale, potrebbe configurare il sequestro di persona (art. 605 c.p.). Le aggressioni fisiche denunciate potrebbero integrare i reati di percosse (art. 581 c.p.) oppure di lesioni personali (art. 582 c.p.), qualora abbiano provocato una malattia nel corpo o nella mente. Le minacce e le violenze utilizzate per costringere le vittime a telefonare ai familiari e richiedere altro denaro potrebbero inoltre essere ricondotte alla violenza privata (art. 610 c.p.).

Anche la sottrazione del passaporto assume un rilievo giuridico significativo. Pur non costituendo di per sé una fattispecie autonoma specificamente prevista dal codice penale, può rappresentare un elemento sintomatico delle condotte di tratta, sequestro di persona, estorsione o violenza privata, in quanto funzionale a mantenere la vittima in una condizione di dipendenza e di impossibilità di sottrarsi al controllo dell'organizzazione criminale.

È importante distinguere tra traffico di migranti (art. 12 d.lgs. 286/1998) e tratta di esseri umani (art.601 c.p.), ma senza separarli in modo rigido. Il traffico è spesso visto come un "servizio illegale" per attraversare i confini; la tratta implica invece un controllo sulla persona finalizzato allo sfruttamento. Nella realtà, però, queste situazioni possono sovrapporsi: inganno iniziale, debiti, documenti sottratti, violenza, controllo e ricatti sono segnali che devono essere presi sul serio. Anche a livello internazionale, strumenti come il Protocollo di Palermo e la Direttiva europea 2011/36 sottolineano l'importanza di riconoscere e contrastare queste forme di sfruttamento, mettendo al centro la tutela delle vittime.

L'aspetto più preoccupante non è solo ciò che sarebbe accaduto durante il viaggio, ma anche ciò che può accadere dopo: il rischio di non essere ascoltati. Una persona che racconta di essere stata privata dei documenti, picchiata, ricattata e trattenuta non può essere trattata come una pratica qualsiasi da rimandare. Ascoltare subito è già una forma di protezione. Raccogliere la testimonianza, valutare una denuncia, attivare i servizi antitratta, garantire assistenza legale e linguistica e mettere la persona in sicurezza non sono favori: sono doveri dello Stato.

In Italia esiste un sistema specifico per proteggere le vittime di violenza, tratta o grave sfruttamento. L'articolo 18 del Testo unico sull'immigrazione prevede programmi di assistenza e integrazione per persone straniere in grave pericolo a causa di violenze o sfruttamento. Esiste anche il Numero Verde Antitratta 800 290 290, gratuito e anonimo, attivo 24 ore su 24, a cui possono rivolgersi sia le vittime sia chi vuole segnalare situazioni di abuso.

Questa storia mostra una realtà scomoda: non sempre chi arriva in modo irregolare lo ha scelto liberamente. A volte è stato ingannato, a volte costretto, a volte sfruttato da organizzazioni che approfittano della disperazione e della mancanza di alternative. Parlare solo di confini senza parlare delle vittime significa avere una visione incompleta del fenomeno migratorio.

Anche il tema delle telecamere merita attenzione. Chi ha subito violenze può temere qualsiasi forma di controllo, anche quella che dovrebbe proteggerlo. Tuttavia, le immagini di videosorveglianza, se raccolte correttamente, possono aiutare le indagini: possono confermare luoghi, orari, movimenti e presenze. Per una vittima è importante capire che le prove, se usate secondo la legge, possono essere uno strumento a suo favore.

Avere un posto letto è certamente positivo, ma non è sufficiente. La protezione concreta deve andare insieme a quella legale. Un letto offre sicurezza per una notte; un percorso di assistenza e tutela può restituire una prospettiva di vita. Il punto è proprio questo: non basta sopravvivere al viaggio, bisogna evitare che la paura continui anche dopo l'arrivo.

La rotta balcanica non è solo una linea sulla mappa. È un percorso segnato da vulnerabilità, dove si intrecciano conflitti familiari, povertà, promesse di lavoro, debiti, violenze, frontiere, respingimenti e criminalità organizzata. Ogni testimonianza raccolta con attenzione aiuta a capire meglio questo sistema. Ogni denuncia seguita con competenza può ridurre il potere di chi sfrutta la disperazione.

C'è un aspetto di questa vicenda che mi ha colpito profondamente. Quando ho saputo che, dopo essere riuscito a fuggire dall'appartamento di Trieste dove riferisce di essere stato trattenuto e picchiato, dormiva per strada in quello che lui riteneva un "posto sicuro" per evitare di essere trovato dai trafficanti, non sono riuscita a rimanere indifferente. Per me la strada non è un luogo sicuro per nessuno e lo è ancora meno per una persona che teme di essere rintracciata da chi l'ha già sottoposta a violenze e ricatti. Per questo mi sono immediatamente attivata affinché venisse messo in contatto con chi poteva garantirgli un posto letto e una sistemazione protetta.

Contestualmente l'ho indirizzato verso alcune realtà del Terzo settore specializzate nella tutela delle vittime di tratta e di grave sfruttamento, affinché potesse essere seguito da avvocati ed operatori competenti in questa materia. Gli ho anche raccomandato più volte di denunciare quanto accaduto, perché ritengo che il diritto debba essere uno strumento di protezione delle vittime e di contrasto alle organizzazioni criminali. Non sopporto le ingiustizie sociali e credo che chi possiede competenze giuridiche abbia anche una responsabilità civile e morale: orientare le persone vulnerabili verso i percorsi di tutela previsti dall'ordinamento.

Mi ha poi confidato che, nei giorni successivi, avrebbe lasciato Trieste per trasferirsi in un'altra località del Sud Italia, che scelgo volutamente di non indicare per non compromettere la sua sicurezza. La decisione era motivata sia dal timore di poter incontrare nuovamente il trafficante che, a suo dire, lo stava cercando, sia dal fatto che la Questura di Trieste aveva già rinviato per tre volte l'appuntamento relativo alla sua pratica di soggiorno, fissando l'ultimo a metà luglio. Comprendo che l'organizzazione amministrativa debba confrontarsi con carichi di lavoro complessi, ma quando una persona riferisce di trovarsi in una condizione di concreto timore per la propria incolumità, ogni rinvio può incidere anche sul suo senso di sicurezza.

La nota più positiva di questa storia è che il nostro contatto non si è interrotto. Ci siamo scambiati i numeri di telefono e, ancora oggi, ogni tanto ci sentiamo. Per me non rappresenta soltanto una testimonianza sulla rotta balcanica, ma una persona che sta cercando di ricostruire la propria vita dopo un'esperienza che, se confermata dagli accertamenti dell'autorità giudiziaria, racconta tutta la brutalità con cui le organizzazioni criminali possono approfittare della vulnerabilità umana.

Questa vicenda, se confermata, non chiede pietà. Chiede giustizia. Chiede che una persona venga ascoltata non come "clandestino", ma come possibile vittima di reati gravi. Chiede collaborazione tra associazioni, avvocati, forze dell'ordine e servizi antitratta. Chiede che lo Stato sappia distinguere tra chi organizza il traffico e chi lo subisce. Perché la legalità non si misura solo nel controllo dei confini, ma anche nella capacità di proteggere chi è stato ingannato, ricattato e maltrattato.

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