Crisi migranti 2026: da Ceuta allo scontro Italia, Spagna e Germania su Schengen

Tra la fine di luglio e la metà di agosto 2026 l'Europa ha assistito a una sequenza di eventi che, partendo dalla frontiera ispano-marocchina di Ceuta, ha progressivamente coinvolto Italia, Spagna e Germania, trasformando un'emergenza migratoria localizzata in una vera crisi politica e giuridica interna all'Unione europea. Il punto più delicato non è soltanto rappresentato dal numero delle persone che hanno attraversato irregolarmente una frontiera esterna dell'Unione, né dalle differenti strategie nazionali in materia migratoria. Ciò che sta emergendo è una contraddizione strutturale: l'Unione pretende di avere uno spazio senza frontiere interne, ma continua ad attribuire agli Stati collocati lungo le frontiere esterne una parte rilevantissima della responsabilità per l'identificazione, l'accoglienza e l'esame delle domande di protezione internazionale. Quando la pressione aumenta, la conseguenza diventa quasi inevitabile: gli Stati cominciano nuovamente a guardarsi gli uni dagli altri come potenziali fonti di "movimenti secondari". Ed è precisamente ciò che sta accadendo tra Madrid, Roma e Berlino.
Il primo passaggio della crisi si colloca il 30 e 31 luglio 2026, quando Ceuta, città autonoma spagnola situata sulla costa nordafricana e confinante con il Marocco, viene investita da un movimento migratorio di dimensioni eccezionali. Più di 72.000 persone riescono o tentano di raggiungere il territorio spagnolo in un arco temporale estremamente ristretto, attraversando la frontiera terrestre oppure entrando in mare. Moltissime tornano successivamente in Marocco, volontariamente o attraverso le procedure adottate dalle autorità, mentre migliaia rimangono a Ceuta. Il bilancio umano continua nel frattempo ad aggravarsi: Reuters riferiva il 14 agosto di almeno 96 morti collegati alla traversata, mentre altre fonti e organizzazioni hanno indicato cifre differenti. Proprio questa incertezza sui numeri dovrebbe suggerire prudenza: dietro la dimensione geopolitica della vicenda vi sono persone annegate, minori non accompagnati, nuclei familiari e individui per i quali deve essere verificata l'eventuale necessità di protezione internazionale.
La peculiarità giuridica di Ceuta è essenziale per comprendere ciò che avviene successivamente. Ceuta appartiene alla Spagna e quindi all'Unione europea, ma è sottoposta a un regime speciale rispetto allo spazio Schengen: chi si sposta dall'enclave verso la Spagna continentale è soggetto a controlli specifici. La documentazione del Parlamento europeo ricorda espressamente che Ceuta e Melilla sono esterne all'area Schengen e che gli spostamenti verso la Spagna continentale o altri Stati Schengen restano controllati. Questo elemento rende molto più complessa la tesi secondo cui l'ingresso massiccio a Ceuta avrebbe automaticamente prodotto decine di migliaia di potenziali movimenti secondari verso Italia, Francia o Germania. Il ministro dell'Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska sosterrà infatti che circa 70.000 delle 72.000 persone entrate avevano già lasciato l'enclave e che la crisi non aveva determinato un corrispondente ingresso nello spazio Schengen.
Il fenomeno, inoltre, non può essere letto esclusivamente attraverso la categoria dell'"immigrazione clandestina". Le autorità europee hanno individuato nella disinformazione diffusa attraverso i social network e nell'attività delle reti criminali due fattori rilevanti nella mobilitazione di migliaia di persone. La Commissione europea, nella riunione straordinaria dei ministri dell'Interno del 4 agosto, ha richiamato espressamente il ruolo dei trafficanti e delle informazioni false circolate online. Rimane poi aperta la questione geopolitica del comportamento del Marocco. Le esperienze precedenti, soprattutto quella di Ceuta del 2021, hanno mostrato quanto il controllo della migrazione possa trasformarsi in uno strumento di pressione diplomatica nei confronti dell'Unione. Tuttavia, allo stato delle informazioni disponibili, sarebbe scorretto trasformare l'ipotesi di una deliberata "strumentalizzazione" da parte marocchina in un fatto definitivamente accertato.
È a questo punto che entra in scena l'Italia. Il 31 luglio il Governo italiano annuncia la reintroduzione dei controlli nei collegamenti con la Spagna e dal 1° agosto vengono formalmente ripristinati i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con il Paese iberico. La notifica ufficiale alla Commissione europea indica come motivazione la minaccia all'ordine pubblico, alla sicurezza interna e alla gestione dei flussi derivante dagli eventi di Ceuta e dal rischio di movimenti secondari di cittadini di Paesi terzi. La misura è stata notificata per il periodo dal 1° agosto al 1° settembre 2026. Parlare di "sospensione di Schengen", come frequentemente avviene nel linguaggio politico e giornalistico, è quindi tecnicamente impreciso: l'Italia non è uscita da Schengen e non ha sospeso il Trattato, ma ha utilizzato il meccanismo di reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne previsto dal Codice frontiere Schengen.
La distinzione è tutt'altro che terminologica. Il regolamento (UE) 2016/399, modificato dal regolamento (UE) 2024/1717, consente infatti il ripristino eccezionale dei controlli quando esista una minaccia grave per l'ordine pubblico o la sicurezza interna. L'articolo 25 bis disciplina le procedure applicabili e il legislatore europeo ammette che anche improvvisi movimenti non autorizzati di cittadini di Paesi terzi possano, in determinate condizioni, generare una minaccia sufficientemente grave. Ma non basta invocare genericamente l'immigrazione: occorre dimostrare che i movimenti siano improvvisi e di larga scala, che sottopongano a una pressione sostanziale le autorità competenti e che possano compromettere il funzionamento dello spazio senza controlli alle frontiere interne. Soprattutto, la reintroduzione deve rimanere una misura eccezionale, necessaria, proporzionata e di ultima istanza. È su questo terreno che si concentra la parte più interessante del confronto tra Italia e Spagna: Roma sostiene di agire preventivamente di fronte a un rischio di movimenti secondari e di infiltrazioni pericolose; Madrid replica che quel rischio, almeno nelle dimensioni prospettate, non sarebbe materialmente esistente, perché la maggior parte delle persone entrate a Ceuta non avrebbe raggiunto nemmeno la penisola iberica.
Il 1° agosto la crisi assume una dimensione europea. Ventidue Stati membri chiedono una risposta coordinata al problema delle frontiere esterne e il 4 agosto i ministri dell'Interno dell'Unione si riuniscono in videoconferenza. Da una parte viene riconosciuta la necessità di contrastare le reti dei trafficanti, rafforzare la cooperazione con gli Stati terzi e impedire che disinformazione e attraversamenti di massa mettano in difficoltà le frontiere esterne; dall'altra Madrid ottiene un significativo riconoscimento per la gestione successiva dell'emergenza. L'Italia utilizza invece la riunione per rilanciare una delle proprie priorità: la realizzazione di centri esterni all'Unione destinati alle procedure di asilo o ai rimpatri in Paesi terzi sicuri. Qui si intravede già il problema politico di fondo: l'emergenza Ceuta viene utilizzata dai diversi governi anche per sostenere modelli migratori molto differenti tra loro.
Il 4 agosto la Spagna chiede formalmente all'Italia di revocare immediatamente i controlli. Madrid sostiene che non vi siano movimenti secondari tali da giustificarli e insiste sulla circostanza che Ceuta non appartiene allo spazio Schengen. Roma non arretra. Nei giorni successivi le dichiarazioni si irrigidiscono, fino al 7 agosto, quando il Governo spagnolo minaccia "misure proporzionate" qualora l'Italia non revochi i controlli. La risposta italiana è altrettanto netta: nessun "ultimatum", e nessuna revoca sino a quando non sarà escluso il rischio di nuovi attraversamenti, movimenti secondari o minacce alla sicurezza. A quel punto la logica europea della fiducia reciproca viene sostituita da quella della reciprocità.
Dalla mezzanotte dell'8 agosto la Spagna introduce infatti controlli temporanei sui collegamenti aerei e marittimi provenienti dall'Italia. La misura, notificata sino al 7 settembre, viene giustificata dalla "persistente pressione migratoria irregolare" e dal rischio di movimenti secondari provenienti dal territorio italiano. La Commissione europea registra così contemporaneamente due misure speculari: Italia contro Spagna dal 1° agosto al 1° settembre; Spagna contro Italia dall'8 agosto al 7 settembre. È probabilmente questo il momento politicamente più grave dell'intera vicenda. Due Stati fondatori dell'integrazione europea utilizzano lo stesso strumento giuridico per proteggersi l'uno dall'altro, entrambi richiamando i movimenti migratori e la sicurezza. Il rischio non è l'abolizione immediata di Schengen, ma qualcosa di più sottile: la progressiva normalizzazione dell'eccezione.
Mentre Roma e Madrid discutono sui confini, il 9 agosto si apre improvvisamente un terzo fronte. La Germania annuncia l'intenzione di rendere nuovamente operativi i trasferimenti verso Italia e Grecia dei richiedenti protezione internazionale per i quali un altro Stato risulti responsabile. È il problema dei cosiddetti "dublinanti": persone che presentano o proseguono una domanda in Germania, ma per le quali, secondo i criteri europei sulla determinazione dello Stato competente, la responsabilità può appartenere all'Italia perché il precedente ingresso o altri criteri di collegamento conducono al nostro Paese. Berlino sostiene che l'effettivo funzionamento di questo meccanismo sia indispensabile per il nuovo Sistema europeo comune di asilo e richiama accordi bilaterali raggiunti con Italia e Grecia nell'autunno 2025. La crisi nata a Ceuta si trasforma così paradossalmente in una contestazione rivolta all'Italia: se Roma pretende che Madrid impedisca i movimenti secondari provenienti dalla Spagna, Berlino pretende che Roma accetti la responsabilità per quelli provenienti dall'Italia.
Qui occorre però una particolare precisione normativa. Il nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo non è una singola legge, ma un complesso di regolamenti e direttive, e le rispettive date di applicazione non possono essere ridotte senza cautela alla formula giornalistica "entrato in vigore il 12 giugno". Per quanto riguarda specificamente il regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione dell'asilo e della migrazione — l'AMMR che sostituisce il regolamento Dublino III — il testo ufficiale dispone l'applicazione generale dal 1° luglio 2026. Ancora più importante è l'articolo 84: per le domande registrate prima del 1° luglio 2026, la determinazione dello Stato responsabile continua ad avvenire secondo i criteri del regolamento Dublino III, n. 604/2013. Questa disposizione è fondamentale perché dimostra quanto sia giuridicamente fragile discutere dei "dublinanti" come di una categoria indistinta. Per sapere se un determinato trasferimento verso l'Italia sia dovuto occorre verificare la data di registrazione della domanda, il criterio di responsabilità applicabile, gli eventuali accordi bilaterali, le richieste di presa o ripresa in carico, i termini procedurali e la posizione individuale della persona interessata.
Il nuovo regolamento, peraltro, conserva un principio che ha attraversato tutta la costruzione del sistema Dublino: quando è accertato che il richiedente ha attraversato irregolarmente la frontiera di uno Stato membro provenendo da un Paese terzo, quello Stato può essere individuato come responsabile dell'esame della domanda. L'articolo 33 del regolamento 2024/1351 mantiene precisamente il criterio del primo ingresso irregolare, pur inserendolo in una disciplina molto più articolata che considera anche legami familiari, minori, titoli di soggiorno, visti, diplomi e altre connessioni. La riforma, dunque, non ha abolito il problema che l'Italia denuncia da anni: la posizione geografica continua ad avere un peso determinante nell'attribuzione delle responsabilità.
Roma reagisce alla posizione tedesca sostenendo che, sulla base di un'intesa raggiunta con Berlino, i precedenti casi sarebbero stati sostanzialmente azzerati e che non vi sarebbero quindi vecchi "dublinanti" da riprendere. La Germania offre però un'interpretazione differente dell'accordo: secondo Berlino, l'intesa dell'autunno 2025 avrebbe previsto proprio la ripresa dei trasferimenti con l'entrata in applicazione del nuovo sistema europeo. (Nei giorni successivi il contrasto diventa concreto. L'Italia comunica di non voler accettare tre trasferimenti programmati dalla Germania, sostenendo che riguardino situazioni anteriori alla data presa come riferimento dal Governo italiano; Berlino ribadisce invece che i trasferimenti verranno effettuati e si dichiara sorpresa dalle divergenze con Roma. Uno dei primi trasferimenti era stato indicato per il 19 agosto: alla data del 16 agosto, evidentemente, non può ancora essere descritto come avvenuto.
La controversia Italia-Germania espone una seconda contraddizione europea. Il nuovo Patto non contiene soltanto obblighi di responsabilità per gli Stati di primo ingresso: introduce anche un meccanismo permanente di solidarietà. Per il 2026 il Consiglio ha individuato come riferimento un bacino di almeno 21.000 ricollocazioni o altre misure equivalenti, oppure 420 milioni di euro di contributi finanziari. Responsabilità e solidarietà devono quindi essere lette insieme. È politicamente poco sostenibile chiedere all'Italia di riprendere automaticamente ogni richiedente passato dal suo territorio ignorando il peso strutturale che grava sulle frontiere mediterranee; allo stesso modo, però, è giuridicamente difficile per l'Italia pretendere solidarietà europea rifiutando in via generale l'applicazione dei meccanismi di responsabilità previsti dal medesimo ordinamento.
Il 15 agosto, infine, Ceuta torna al centro dell'attenzione. Attraverso i social network era stata annunciata una nuova mobilitazione di massa verso le enclavi spagnole. Questa volta Spagna e Marocco reagiscono preventivamente con un dispositivo di sicurezza imponente. Le autorità marocchine fermano almeno 111 persone e disperdono diversi gruppi diretti verso la frontiera; centinaia di persone vengono intercettate nell'area di Fnideq e non si ripete l'ingresso incontrollato del 30 luglio. Il fatto che la seconda mobilitazione sia stata contenuta riduce il rischio immediato, ma non cancella la crisi politica che la prima ha prodotto. Al 16 agosto risultano infatti ancora formalmente notificati i controlli italiani verso la Spagna e quelli spagnoli verso l'Italia.
In questo confronto sarebbe però profondamente sbagliato dimenticare i limiti che neppure una crisi migratoria può superare. L'articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea riconosce il diritto di asilo; l'articolo 19 vieta le espulsioni collettive e tutela contro l'allontanamento verso Stati nei quali esista un serio rischio di pena di morte, tortura o trattamenti inumani o degradanti. A ciò si aggiungono l'articolo 3 CEDU e il principio di non-refoulement sancito dall'articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951. Nei confronti dei minori opera inoltre la protezione rafforzata derivante dall'articolo 24 della Carta. La gestione di un ingresso di massa può certamente richiedere procedure accelerate, screening, controllo delle frontiere e rimpatrio di chi non abbia titolo per rimanere, ma non autorizza a trasformare migliaia di persone in una massa giuridicamente indistinta. Ogni possibile bisogno di protezione deve poter emergere attraverso procedure effettive.
La crisi tra Italia, Spagna e Germania mostra dunque qualcosa di più profondo di una disputa tra Giorgia Meloni, Pedro Sánchez e Friedrich Merz. Ceuta ha fatto emergere la fragilità dell'equilibrio sul quale è costruita la politica migratoria europea. La Spagna sostiene che non si possa utilizzare una crisi circoscritta per giustificare indiscriminatamente controlli alle frontiere interne; l'Italia risponde che la prevenzione dei movimenti secondari è indispensabile per preservare proprio Schengen; la Germania replica che, se si vuole impedire tali movimenti, gli Stati di primo ingresso devono accettare i trasferimenti delle persone per le quali risultano responsabili. Tutti e tre gli argomenti contengono una parte di verità, ma nessuno, da solo, costruisce una politica europea.
Il vero rischio, infatti, non è soltanto l'aumento degli arrivi. È che la migrazione diventi il detonatore attraverso il quale ogni Stato ricostruisce progressivamente la propria frontiera interna. Se l'Italia controlla chi arriva dalla Spagna, la Spagna controlla chi arriva dall'Italia e la Germania rinvia verso sud le persone che considera di competenza altrui, la libera circolazione continua formalmente ad esistere ma politicamente si indebolisce. Schengen può sopravvivere alle emergenze soltanto se l'eccezione rimane realmente eccezionale.
È per questo che considero la crisi di Ceuta soprattutto un test sul nuovo Patto europeo. Il sistema potrà funzionare soltanto se responsabilità, solidarietà, controllo delle frontiere e tutela dei diritti saranno applicati contestualmente. Non può esistere un'Europa nella quale gli Stati mediterranei siano lasciati soli al momento dell'ingresso e successivamente obbligati a riprendere ogni movimento secondario; ma non può neppure esistere un'Europa nella quale ciascun governo decida unilateralmente quali obblighi applicare e quali ignorare. La solidarietà senza responsabilità diventa politicamente insostenibile; la responsabilità senza solidarietà diventa materialmente ingestibile.
Da Ceuta a Roma, da Madrid a Berlino, la lezione di queste settimane è quindi molto più ampia del singolo episodio migratorio. L'Unione europea dispone oggi di strumenti normativi molto più articolati rispetto alla crisi del 2015, ma la tenuta di quel sistema dipenderà dalla capacità degli Stati di utilizzarli come parti di un ordinamento comune e non come armi negoziali gli uni contro gli altri. Se il nuovo Patto dovesse trasformarsi soltanto in una catena di trasferimenti, compensazioni, controlli reciproci e accuse, avrebbe fallito il proprio obiettivo fondamentale. Se invece riuscirà a distribuire effettivamente responsabilità e solidarietà, garantendo nello stesso tempo frontiere governate e diritti individuali effettivi, Ceuta potrebbe rappresentare non l'inizio della disgregazione di Schengen, ma il momento nel quale l'Europa comprende finalmente che nessuna frontiera esterna può essere gestita da uno Stato soltanto.
