COP30: cosa resta dopo Belém e quali sfide attendono il clima globale

La COP30 si è conclusa a Belém con un risultato complesso: un insieme di avanzamenti, compromessi e mancanze che riflettono la fatica del multilateralismo nel fronteggiare l'emergenza climatica. Non si può parlare di fallimento, ma neppure di svolta storica. Il vertice ospitato nel cuore dell'Amazzonia, luogo altamente simbolico, ha mostrato con chiarezza quanto la politica internazionale sia ancora distante dalla rapidità imposta dalla scienza, pur compiendo alcuni passi che meritano attenzione.
Il pacchetto finale, noto come "Global Mutirão", contiene l'impegno ad aumentare sensibilmente i finanziamenti per l'adattamento, con l'obiettivo di triplicarli entro il 2035. È un progresso significativo per i Paesi più vulnerabili, che subiscono gli effetti maggiori pur avendo contribuito in minima parte alle emissioni. L'adozione dei cinquantanove indicatori globali per l'adattamento rappresenta un ulteriore elemento di solidità, perché introduce un sistema di monitoraggio più trasparente e verificabile: ciò che è misurato può finalmente uscire dal regno della retorica. La dichiarazione finale ribadisce poi il riferimento al limite dei +1,5 °C, un obiettivo che, pur apparendo sempre più distante, resta il cuore politico dell'Accordo di Parigi. Da segnalare anche la timida apertura sul rapporto tra clima e commercio internazionale, consapevolezza crescente del fatto che la transizione ecologica ridisegnerà profondamente le regole del trade globale.
Il vero convitato di pietra della conferenza è però l'assenza di un impegno vincolante alla riduzione graduale dei combustibili fossili. Nessuna roadmap, nessuna deadline, nessuna scelta capace di indicare un percorso condiviso verso il phase-out. È un limite grave, che rivela la resistenza di molti Stati e l'incapacità della diplomazia climatica di superare i veti incrociati. Anche sul fronte dei finanziamenti climatici restano ombre: manca chiarezza su chi debba contribuire e con quali criteri, lasciando ai Paesi più esposti una sensazione di incertezza cronica. Inoltre, gli impegni nazionali attualmente sul tavolo non consentono di mantenere l'aumento della temperatura entro la soglia raccomandata: la traiettoria teorica dei negoziati continua a divergere da quella reale delle emissioni.
Per l'Italia e l'Europa, la COP30 conferma un equilibrio delicato. L'Unione Europea rimane l'attore più ambizioso, ma appare sempre più isolata in un panorama geopolitico dove molti rallentano. Per l'Italia questo impone una scelta chiara: accelerare la transizione per mantenere competitività e credibilità, investendo in innovazione e infrastrutture, oppure rimanere schiacciata tra chi non vuole cambiare e chi guida la rivoluzione tecnologica. Il tema dell'adattamento, inoltre, tocca il nostro Paese con forza particolare: eventi estremi, desertificazione, fragilità idrogeologica non consentono ulteriori indugi. Le decisioni europee possono aiutare, ma solo se tradotte in politiche nazionali strutturate.
Belém ha mostrato con evidenza che la crisi climatica è sempre più una questione giuridica oltre che politica. Le discussioni su obblighi erga omnes, responsabilità dei grandi emettitori, diritti umani minacciati dal cambiamento climatico e ruolo delle corti internazionali sono diventate centrali. La COP ospitata in Amazzonia ha dato risalto al tema dei popoli indigeni, che chiedono finalmente voce nei negoziati e riconoscimento del loro ruolo di custodi della biodiversità. Una transizione credibile non potrà prescindere dal rafforzamento dei diritti, dalla trasparenza e dalla responsabilità.
Le conclusioni della COP30 non risolvono l'emergenza, ma indicano il terreno su cui si giocherà il futuro. Per mantenere credibilità servirà un impegno concreto: definire una traiettoria di eliminazione dei fossili, stabilire criteri stringenti sui finanziamenti, garantirne la trasparenza, potenziare gli impegni nazionali e dare pieno riconoscimento ai diritti delle comunità indigene. Belém non è un punto di arrivo, ma un bivio. Il decennio che ci separa dal 2035 sarà il vero banco di prova della volontà politica globale. Il messaggio finale è chiaro: il clima non negozia, la diplomazia sì. La distanza tra questi due ritmi definirà il profilo morale e istituzionale della nostra epoca.
