Antisemitismo e critica a Israele: dove finisce il dissenso e inizia l’odio

17.05.2026

L'antisemitismo non è una semplice opinione politica. È una forma storica di odio che attraversa secoli di persecuzioni, discriminazioni, ghettizzazione, pogrom, espulsioni e culmina nell'orrore assoluto della Shoah. Essere antisemiti significa attribuire agli ebrei, in quanto popolo o identità religiosa e culturale, colpe collettive, caratteristiche negative innate, responsabilità globali o presunti privilegi. Significa trasformare una persona ebrea in un bersaglio non per ciò che fa, ma per ciò che è. E questo, in una democrazia costituzionale fondata sulla dignità umana, non è mai accettabile.

Il problema contemporaneo nasce quando il dibattito sul conflitto israelo-palestinese diventa così polarizzato da confondere deliberatamente identità e politica, religione e governo, popolo e Stato. Criticare il governo di Israele, le sue scelte militari, le politiche di occupazione o l'espansione degli insediamenti dei coloni nei territori palestinesi non è antisemitismo. È esercizio della libertà di pensiero e di critica politica, purché avvenga nel rispetto della verità, della dignità umana e dei principi democratici.

Uno Stato, qualunque Stato, può e deve essere criticato. Anche in modo duro. Israele non è sottratto al diritto internazionale, così come non lo sono gli Stati Uniti, la Russia, la Cina o qualunque altra potenza. Criticare bombardamenti sui civili, violazioni del diritto umanitario, demolizioni di abitazioni, uso sproporzionato della forza o espansione illegale delle colonie nei territori occupati significa discutere atti politici e giuridici concreti. La stessa comunità internazionale, attraverso numerose risoluzioni ONU, la Corte Internazionale di Giustizia e organizzazioni per i diritti umani, ha più volte sollevato questioni relative all'occupazione dei territori palestinesi e alla compatibilità di alcune condotte con il diritto internazionale.

Ma esiste una linea molto precisa che separa la critica legittima dall'odio antisemita. Quella linea viene superata quando si attribuiscono collettivamente agli ebrei del mondo le azioni del governo israeliano; quando si usano stereotipi antiebraici classici; quando si nega il diritto all'esistenza del popolo ebraico; quando si invocano violenze contro gli ebrei; quando il conflitto diventa il pretesto per vandalizzare sinagoghe, insultare studenti ebrei o trasformare chiunque abbia identità ebraica in un nemico.

Dire "non condivido la politica del governo Netanyahu" è una posizione politica. Dire "gli ebrei controllano il mondo" è antisemitismo. Contestare i coloni estremisti che aggrediscono civili palestinesi è critica politica e giuridica. Dire che ogni ebreo è responsabile di ciò che accade a Gaza è discriminazione collettiva. Denunciare possibili crimini di guerra è legittimo. Usare simboli nazisti contro gli ebrei o banalizzare la Shoah è moralmente e storicamente indecente.

Anche il tema dei coloni ebrei richiede lucidità. I coloni non sono un blocco uniforme e monolitico. Esistono posizioni diversissime all'interno della società israeliana stessa: vi sono israeliani che sostengono gli insediamenti e altri che li contestano radicalmente; vi sono movimenti pacifisti israeliani che da anni denunciano violenze, occupazione e discriminazioni. Ridurre tutto a "gli ebrei contro i palestinesi" significa cancellare la complessità umana, politica e culturale di quel territorio. Ed è proprio la cancellazione della complessità che alimenta l'odio.

Inoltre, una critica seria deve avere senso della causa. Non può essere selettiva, impulsiva o guidata soltanto dall'emotività social. Chi parla di diritto internazionale dovrebbe parlare anche degli ostaggi israeliani, degli attentati terroristici di Hamas, del diritto dei civili israeliani a vivere senza paura, così come del diritto dei civili palestinesi a non morire sotto le bombe o nella fame. La dignità umana non può essere divisibile a seconda della bandiera.

Oggi esiste anche un rischio opposto e speculare: utilizzare l'accusa di antisemitismo per zittire qualunque critica verso il governo israeliano. Anche questo è un errore grave. In una democrazia matura il dissenso politico deve restare possibile. Difendere i diritti dei palestinesi non rende automaticamente antisemiti, così come difendere il diritto di Israele a esistere non rende automaticamente complici di ogni scelta del suo governo.

La vera sfida civile è riuscire a mantenere insieme due principi: il rifiuto assoluto dell'antisemitismo e la difesa del diritto di critica politica. Perché quando si perde uno dei due, si entra o nell'odio identitario o nella censura ideologica.

E forse il punto più importante è proprio questo: la pace non nascerà mai dalla disumanizzazione reciproca. Nascerà soltanto quando si riuscirà a guardare israeliani e palestinesi non come simboli astratti da tifoseria geopolitica, ma come esseri umani portatori degli stessi diritti fondamentali.

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