Afghanistan: il decreto dei talebani che trasforma il silenzio delle ragazze in consenso al matrimonio

11.06.2026

C'è una differenza profonda tra una legge che tutela la persona e una legge che la trasforma in proprietà di qualcun altro. È una differenza che riguarda la libertà, la dignità e il diritto di scegliere il proprio futuro. In Afghanistan, il nuovo Decreto n. 18 emanato dal regime talebano rischia di cancellare proprio questa differenza.

Secondo quanto denunciato da Amnesty International Italia, il provvedimento pubblicato il 14 maggio 2026 introduce norme che, dietro una veste apparentemente giuridica, finiscono per rafforzare il controllo patriarcale sulle donne e sulle ragazze afghane, legittimando di fatto i matrimoni precoci e limitando drasticamente la possibilità di opporsi a un'unione indesiderata.

Il punto più inquietante del decreto è l'idea che il silenzio di una ragazza possa essere interpretato come consenso al matrimonio. In qualsiasi ordinamento che riconosca i diritti fondamentali della persona, il consenso rappresenta una manifestazione libera, esplicita e consapevole della volontà individuale. Il silenzio, soprattutto quando proviene da una minore inserita in un contesto di forte subordinazione familiare e sociale, non può essere considerato una scelta libera.

Eppure il decreto si muove esattamente in questa direzione. In una società nella quale le donne sono state progressivamente escluse dall'istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica, sostenere che una ragazza sia libera di scegliere attraverso il silenzio significa ignorare completamente il contesto di coercizione nel quale quella scelta avviene.

Il diritto, infatti, non può essere analizzato isolando una singola norma dal contesto nel quale opera. Una persona privata dell'istruzione, della possibilità di lavorare, della libertà di movimento e della partecipazione alla vita sociale non si trova nelle condizioni di esercitare realmente la propria autodeterminazione. Quando il dissenso può comportare conseguenze familiari, economiche o sociali gravissime, il silenzio non è consenso. Molto spesso è paura.

Negli ultimi anni l'Afghanistan è diventato il simbolo di una progressiva cancellazione dei diritti femminili. Dopo il ritorno dei talebani al potere nell'agosto 2021, le ragazze sono state escluse dalle scuole secondarie e dalle università, molte professioni sono state vietate alle donne, l'accesso agli spazi pubblici è stato limitato e sono stati imposti rigidi codici di comportamento. Numerose organizzazioni internazionali hanno parlato di una vera e propria persecuzione istituzionalizzata basata sul genere.

In questo quadro il matrimonio precoce non rappresenta un fenomeno isolato, ma diventa uno degli strumenti attraverso cui consolidare il controllo sulle donne. Una ragazza che non può studiare, lavorare o costruire autonomamente il proprio progetto di vita diventa inevitabilmente più vulnerabile alle decisioni imposte dalla famiglia o dalle autorità religiose.

Dal punto di vista del diritto internazionale, la questione è estremamente grave.

L'articolo 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stabilisce che il matrimonio può essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

La Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne impone agli Stati di eliminare tutte le pratiche discriminatorie che limitano l'autonomia femminile.

La Convenzione sui diritti dell'infanzia tutela i minori da pratiche dannose che possano compromettere il loro sviluppo fisico, psicologico e sociale.

Anche numerosi organismi delle Nazioni Unite hanno più volte ribadito che i matrimoni infantili e forzati costituiscono una violazione dei diritti umani e rappresentano una forma di violenza di genere.

Le conseguenze di questi matrimoni sono spesso devastanti. Le ragazze sposate in età precoce hanno maggiori probabilità di abbandonare definitivamente gli studi, subire violenze domestiche, affrontare gravidanze precoci con elevati rischi sanitari e vivere in condizioni di dipendenza economica. Il matrimonio diventa così non un punto di partenza verso una vita adulta scelta liberamente, ma una gabbia dalla quale è difficile uscire.

Ciò che colpisce maggiormente è la trasformazione del linguaggio giuridico in strumento di oppressione. Il diritto nasce per garantire la libertà delle persone, per limitare l'arbitrio del potere e per proteggere i più vulnerabili. Quando invece viene utilizzato per giustificare la subordinazione di una parte della popolazione, perde la sua funzione originaria e diventa un mezzo di controllo.

La vicenda afghana ci pone inoltre una domanda che riguarda l'intera comunità internazionale: fino a che punto il mondo è disposto a tollerare la sistematica erosione dei diritti delle donne in nome della sovranità statale o delle tradizioni locali?

Difendere i diritti umani non significa imporre un modello culturale occidentale. Significa affermare che esistono alcuni principi fondamentali che appartengono a ogni essere umano indipendentemente dal luogo in cui nasce. Tra questi vi sono la libertà personale, il diritto all'istruzione, l'uguaglianza tra uomini e donne e la possibilità di scegliere chi amare e se sposarsi.

Quando una ragazza non può dire liberamente "no", non esiste un vero "sì".

Ed è forse questa la questione più importante che emerge dal nuovo decreto talebano: non stiamo assistendo semplicemente a una modifica normativa. Stiamo osservando il tentativo di trasformare la privazione della libertà in una regola giuridica. E quando il silenzio viene elevato a consenso, il rischio è che il diritto smetta di proteggere le persone e inizi a legittimare la loro sottomissione.

Fonte:

https://www.amnesty.it/afghanistan-un-nuovo-decreto-legittima-i-matrimoni-precoci/

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