80 anni della Repubblica: il referendum che diede finalmente voce alle donne italiane

Ottant'anni fa l'Italia compì una scelta che avrebbe cambiato per sempre la propria storia. Il 2 giugno 1946 non fu soltanto il giorno in cui gli italiani furono chiamati a decidere tra Monarchia e Repubblica. Fu il giorno in cui il concetto stesso di cittadinanza venne radicalmente trasformato. Per la prima volta nella storia nazionale, infatti, le donne poterono partecipare pienamente alla vita politica dello Stato, non soltanto come elettrici ma anche come candidate alle più alte istituzioni della nuova democrazia.
Quando celebriamo la Festa della Repubblica, troppo spesso ricordiamo il risultato del referendum e dimentichiamo il significato profondo di quella consultazione. Eppure la Repubblica italiana non nacque semplicemente da una scelta istituzionale. Nacque dall'allargamento della democrazia a milioni di persone che fino a quel momento erano state considerate cittadine a metà.
La storia del suffragio femminile in Italia è infatti la storia di una lunga esclusione. Per decenni le donne erano state considerate soggetti di doveri ma non di diritti politici. Potevano lavorare, pagare le conseguenze delle crisi economiche, sostenere le famiglie durante le guerre, assistere i feriti, contribuire alla crescita culturale e sociale del Paese, ma non potevano partecipare alle decisioni collettive. Lo Stato chiedeva loro responsabilità senza riconoscere loro una piena rappresentanza.
Questa esclusione appariva ancora più paradossale dopo l'esperienza della Resistenza. Migliaia di donne avevano partecipato alla lotta di liberazione come staffette, organizzatrici clandestine, infermiere e combattenti. Molte erano state arrestate, deportate, torturate o uccise. Avevano contribuito in modo determinante alla rinascita democratica dell'Italia. Sarebbe stato ormai impossibile immaginare una nuova democrazia che continuasse a negare loro il diritto di voto.
Il riconoscimento del suffragio universale arrivò formalmente con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1945. Tuttavia, ridurre questa conquista a un semplice atto normativo sarebbe profondamente sbagliato. Quel provvedimento fu il punto di arrivo di un lungo percorso storico, culturale e politico iniziato molto prima, alimentato dalle battaglie delle associazioni femminili, dalle rivendicazioni delle lavoratrici, dall'impegno delle intellettuali e dalle lotte per l'emancipazione che avevano attraversato l'Europa tra Otto e Novecento.
Il 2 giugno 1946 oltre dodici milioni di donne si recarono alle urne. Le fotografie dell'epoca mostrano file ordinate davanti ai seggi, volti emozionati, schede elettorali strette tra mani che fino a pochi anni prima non avrebbero potuto esprimere alcuna scelta politica. Fu un momento di straordinaria forza simbolica. Per la prima volta milioni di donne non erano oggetto delle decisioni pubbliche, ma soggetto attivo della sovranità popolare.
Il referendum sulla forma dello Stato e l'elezione dell'Assemblea Costituente si svolsero nello stesso giorno. Questa coincidenza storica non fu casuale. La nuova Repubblica veniva costruita attraverso una partecipazione democratica senza precedenti e il suffragio universale ne costituiva il fondamento. La legittimazione della Repubblica passava anche attraverso l'inclusione politica delle donne.
La portata rivoluzionaria di quel passaggio emerge ancora più chiaramente osservando ciò che accadde dopo. Ventuno donne furono elette all'Assemblea Costituente. Erano esponenti di culture politiche differenti, cattoliche, socialiste, comuniste, azioniste. Le dividevano molte idee, ma le univa la consapevolezza di rappresentare una novità assoluta nella storia istituzionale italiana.
Figure come Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin, Maria Federici e le altre Madri Costituenti contribuirono a plasmare una Carta fondamentale che avrebbe posto l'uguaglianza tra uomini e donne tra i principi fondanti della Repubblica.
La loro influenza è visibile in numerose disposizioni costituzionali. L'articolo 3 afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso. L'articolo 29 riconosce l'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. L'articolo 37 tutela il lavoro femminile. L'articolo 51 garantisce l'accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza. Si trattava di norme straordinariamente avanzate per l'epoca, capaci di anticipare trasformazioni sociali che sarebbero maturate pienamente solo decenni più tardi.
Tuttavia la Costituzione non eliminò immediatamente le disuguaglianze. Per molti anni le donne continuarono a scontrarsi con ostacoli culturali, economici e giuridici profondamente radicati. Basti pensare che il delitto d'onore sarebbe stato abolito soltanto nel 1981 e che la piena riforma del diritto di famiglia sarebbe arrivata solo nel 1975. La distanza tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale è stata uno dei grandi temi della storia repubblicana.
Ed è proprio qui che il significato degli ottant'anni della Repubblica assume una dimensione più profonda. Celebrare il 2 giugno non significa soltanto ricordare una scelta istituzionale avvenuta nel passato. Significa interrogarsi sullo stato della nostra democrazia, sulla qualità della partecipazione politica e sulla capacità delle istituzioni di rendere effettivi i principi costituzionali.
La Repubblica italiana è nata insieme a una promessa: quella di una cittadinanza fondata sull'eguaglianza e sulla dignità della persona. Le donne che votarono nel 1946 non stavano soltanto scegliendo tra Monarchia e Repubblica. Stavano affermando il principio secondo cui nessuna democrazia può dirsi autentica se esclude una parte della popolazione dall'esercizio dei diritti politici.
Ottant'anni dopo, quella lezione conserva intatta la propria attualità. La Repubblica non è soltanto un assetto istituzionale. È un progetto costituzionale fondato sulla partecipazione, sulla libertà e sull'uguaglianza. Un progetto che deve essere continuamente difeso e realizzato.
Per questo il 2 giugno non appartiene soltanto alla memoria storica. Appartiene al presente. E appartiene, in modo particolare, a tutte quelle donne che nel 1946 entrarono per la prima volta in un seggio elettorale e contribuirono a trasformare la democrazia italiana da aspirazione incompiuta a realtà condivisa.
La Repubblica italiana nacque quel giorno. Ma nacque più forte, più giusta e più democratica perché, finalmente, aveva deciso di riconoscere la voce delle sue cittadine.
