11 febbraio – Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza: istruzione, parità e ricerca nel mondo

L'11 febbraio si celebra la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per affermare che il talento non ha genere e che escluderlo significa impoverire l'intera società. Parlare di donne nella scienza significa parlare di cittadinanza sostanziale, di sviluppo sostenibile, di democrazia cognitiva.
In Europa il percorso verso la parità è stato lungo e ancora incompleto. L'Unione europea, attraverso l'articolo 8 del TFUE, impone l'integrazione del principio di parità di genere in tutte le politiche dell'Unione; la Carta dei diritti fondamentali dell'UE sancisce l'uguaglianza tra donne e uomini in tutti i campi, compreso il lavoro e la retribuzione. Tuttavia, nei settori STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) la presenza femminile nei ruoli apicali rimane minoritaria. I Paesi nordici hanno compiuto passi significativi grazie a politiche strutturali su congedi parentali, welfare e accesso universitario.
In Italia il quadro presenta luci e ombre che meritano un'analisi approfondita. Le donne rappresentano oggi una quota maggioritaria tra i laureati complessivi e una presenza crescente anche nelle discipline scientifiche, in particolare nelle scienze biologiche, mediche e chimiche. Tuttavia, la loro incidenza diminuisce sensibilmente nei corsi di ingegneria, informatica e fisica, segno che gli stereotipi culturali continuano a orientare in modo implicito le scelte formative fin dalla scuola secondaria. Il problema non si esaurisce nell'accesso universitario: la vera criticità emerge nella progressione accademica e nella leadership scientifica. Le posizioni di professore ordinario, di direzione di dipartimento e di coordinamento di grandi progetti di ricerca restano prevalentemente maschili, evidenziando un persistente fenomeno di segregazione verticale. Le politiche pubbliche hanno introdotto strumenti di riequilibrio – dai piani di uguaglianza di genere richiesti per l'accesso ai finanziamenti europei, fino alle misure di sostegno alla conciliazione tra vita familiare e carriera – ma l'efficacia dipende dalla loro applicazione concreta e continuativa. L'articolo 3 della Costituzione, nel suo secondo comma, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto l'uguaglianza: ciò implica investimenti strutturali nell'orientamento scolastico, nel sostegno alle giovani ricercatrici, nella trasparenza delle procedure di selezione e nella valorizzazione del merito. Senza un intervento sistemico, il talento femminile rischia di disperdersi lungo il percorso, con una perdita non solo individuale ma collettiva. L'Italia possiede competenze, università di eccellenza e centri di ricerca competitivi a livello internazionale; la sfida è garantire che queste eccellenze siano pienamente accessibili e rappresentative, perché la qualità della ricerca dipende anche dalla pluralità degli sguardi che la alimentano.
Nel continente americano il quadro è variegato. Negli Stati Uniti e in Canada le università registrano una crescente presenza femminile nei corsi scientifici, ma persistono gap salariali e barriere nei vertici della ricerca. In America Latina si assiste a un fenomeno interessante: in Paesi come Argentina e Brasile le donne rappresentano una quota significativa dei laureati in ambito scientifico, ma incontrano difficoltà nell'accesso a finanziamenti e reti internazionali. La questione non è più soltanto l'ingresso nelle facoltà, bensì la permanenza e la progressione di carriera. L'uguaglianza sostanziale si misura nei laboratori, nei centri di ricerca, nei consigli direttivi.
In Africa il tema dell'accesso all'istruzione femminile è ancora intrecciato con fattori strutturali quali povertà, conflitti armati e matrimoni precoci. Tuttavia, emergono esperienze virtuose: in Ruanda, ad esempio, le politiche pubbliche hanno incentivato l'istruzione delle ragazze e l'accesso alle professioni tecniche; in Sudafrica si registra una crescita significativa di ricercatrici nei settori biomedici. L'Agenda 2063 dell'Unione Africana e l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite convergono nell'affermare che lo sviluppo scientifico senza partecipazione femminile è strutturalmente incompleto. Qui la battaglia è ancora primaria: garantire l'alfabetizzazione, l'accesso alla scuola secondaria, la sicurezza degli ambienti educativi.
In Asia orientale e sud-orientale il dinamismo economico ha favorito una forte presenza femminile nell'istruzione superiore, in particolare in Cina, Corea del Sud e Singapore. In Cina le donne rappresentano una percentuale rilevante dei laureati in discipline scientifiche, ma la leadership accademica resta prevalentemente maschile. In India, nonostante eccellenze riconosciute a livello globale, la partecipazione femminile nelle aree tecnologiche è frenata da barriere culturali e sociali. È evidente che lo sviluppo tecnologico non produce automaticamente equità: senza politiche inclusive, il progresso rischia di replicare antiche asimmetrie.
Nel mondo arabo si sta assistendo a una trasformazione che merita di essere riconosciuta con onestà intellettuale. Negli Emirati Arabi Uniti, e in particolare a Dubai, le donne costituiscono una quota maggioritaria tra i laureati universitari e sono sempre più presenti nei settori dell'ingegneria, della medicina e delle tecnologie avanzate. Le università emiratine registrano percentuali femminili che superano in alcuni casi il 60% degli iscritti. Analogamente, in Iran le donne rappresentano da anni una percentuale elevatissima degli studenti universitari, anche in discipline scientifiche e mediche. Nonostante un contesto politico e sociale complesso, il livello di istruzione femminile ha raggiunto standard molto elevati, dimostrando che l'accesso alla conoscenza può avanzare anche in sistemi caratterizzati da forti tensioni interne. Questo dato impone una riflessione meno stereotipata e più analitica: l'emancipazione scientifica può precedere o accompagnare trasformazioni più ampie della società.
Nel continente americano il quadro è variegato. Negli Stati Uniti e in Canada le università registrano una crescente presenza femminile nei corsi scientifici, ma persistono gap salariali e barriere nei vertici della ricerca. In America Latina si assiste a un fenomeno interessante: in Paesi come Argentina e Brasile le donne rappresentano una quota significativa dei laureati in ambito scientifico, ma incontrano difficoltà nell'accesso a finanziamenti e reti internazionali. La questione non è più soltanto l'ingresso nelle facoltà, bensì la permanenza e la progressione di carriera. L'uguaglianza sostanziale si misura nei laboratori, nei centri di ricerca, nei consigli direttivi.
In Africa il tema dell'accesso all'istruzione femminile è ancora intrecciato con fattori strutturali quali povertà, conflitti armati e matrimoni precoci. Tuttavia, emergono esperienze virtuose: in Ruanda, ad esempio, le politiche pubbliche hanno incentivato l'istruzione delle ragazze e l'accesso alle professioni tecniche; in Sudafrica si registra una crescita significativa di ricercatrici nei settori biomedici. L'Agenda 2063 dell'Unione Africana e l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite convergono nell'affermare che lo sviluppo scientifico senza partecipazione femminile è strutturalmente incompleto. Qui la battaglia è ancora primaria: garantire l'alfabetizzazione, l'accesso alla scuola secondaria, la sicurezza degli ambienti educativi.
In Asia orientale e sud-orientale il dinamismo economico ha favorito una forte presenza femminile nell'istruzione superiore, in particolare in Cina, Corea del Sud e Singapore. In Cina le donne rappresentano una percentuale rilevante dei laureati in discipline scientifiche, ma la leadership accademica resta prevalentemente maschile. In India, nonostante eccellenze riconosciute a livello globale, la partecipazione femminile nelle aree tecnologiche è frenata da barriere culturali e sociali. È evidente che lo sviluppo tecnologico non produce automaticamente equità: senza politiche inclusive, il progresso rischia di replicare antiche asimmetrie.
Nel mondo arabo si sta assistendo ad una trasformazione che richiede una valutazione lucida e documentata, al di là delle narrazioni convenzionali. Negli Emirati Arabi Uniti, e in particolare a Dubai, le donne costituiscono una quota maggioritaria tra i laureati universitari e sono sempre più presenti nei settori dell'ingegneria, della medicina e delle tecnologie avanzate. Le università emiratine registrano percentuali femminili che superano in alcuni casi il 60% degli iscritti. Analogamente, in Iran le donne rappresentano da anni una percentuale elevatissima degli studenti universitari, anche in discipline scientifiche e mediche. Nonostante un contesto politico e sociale complesso, il livello di istruzione femminile ha raggiunto standard molto elevati, dimostrando che l'accesso alla conoscenza può avanzare anche in sistemi caratterizzati da forti tensioni interne. Questo dato impone una riflessione meno stereotipata e più analitica: l'emancipazione scientifica può precedere o accompagnare trasformazioni più ampie della società.
In Oceania, Australia e Nuova Zelanda mostrano indicatori positivi nella partecipazione femminile all'istruzione terziaria, ma anche qui la presenza nei ruoli apicali della ricerca resta inferiore rispetto alla componente maschile. Le politiche di mentoring, i programmi di leadership e i finanziamenti dedicati stanno producendo risultati, ma il cammino verso una piena parità è ancora in corso.
Questa ricorrenza richiama azioni strutturali e investimenti reali, non parole di circostanza. Essa richiama obblighi giuridici precisi: la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) impone agli Stati di garantire pari diritti nell'educazione; l'articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce il diritto all'istruzione; l'Obiettivo 5 dell'Agenda 2030 collega la parità di genere allo sviluppo sostenibile. La scienza non è neutra rispetto al genere se l'accesso alle sue strutture è diseguale. L'innovazione che esclude metà dell'umanità è un'innovazione monca.
Il futuro della ricerca globale dipende dalla capacità dei sistemi educativi di intercettare il talento femminile fin dall'infanzia, contrastando stereotipi e segregazioni implicite. Non si tratta di "quote rosa" intese come concessione, ma di piena attuazione del principio di eguaglianza sostanziale. Le società che investono sull'istruzione scientifica delle ragazze non compiono un atto ideologico, ma una scelta strategica: ampliano il proprio capitale umano, rafforzano la competitività, consolidano la coesione sociale.
L'11 febbraio ci ricorda che la scienza non è soltanto un laboratorio, ma uno spazio di diritti. E i diritti, per essere effettivi, devono essere universali.
